domenica 16 giugno 2013

Microglobal macromondo: la forbice del dissenso e la tagliola della responsabilità individuale.



di Sergio Di Cori Modigliani

Paolo Flores D'Arcais è un filosofo italiano.
Un uomo, notoriamente, intelligente e colto per davvero. Un soggetto politico (per coloro che non sanno chi sia) di lungo, lunghissimo corso, al quale sono legato da una certa insopprimibile tenerezza e comprensibile nostalgia: è stato il mio primo maestro e insegnante di passione civile, di lotta politica. E' stato uno dei miei formatori, in un'altra vita, un ormai lontanissimo 1969, quando lui ci insegnava i primi erudimenti -e lo faceva davvero in maniera egregia- fornendoci con generosità gli strumenti necessari per riuscire a diventare poi quello che, allora, a lui piaceva definire "l'inderogabile necessità di trasformarci tutti in lottatori politici ad oltranza, e in forma perenne, finchè non avremmo vinto la nostra battaglia per cambiare questa società ingiusta". E' stato un ottimo Maestro.
In un mondo come è quello di oggi, basterebbe avere nel proprio curriculum vitae una sola frase come quella per poter già pretendere di essere rispettati. Poi, negli anni, si è conquistato un posto di rigore all'interno del dibattito politico italiano attraverso una rivista "Micromega" divenuta nel corso del tempo celeberrima palestra di incontri, scontri, confronti, dibattiti, all'interno del mondo attivo della politica italiana.
Ha cavalcato, diciamo come grillo parlante fastidioso, ogni stagione politica dal 1969 al 2013.
E ce ne sono state davvero tante e diverse tra di loro.
Ritengo che Flores D'Arcais stia alla politica italiana, oggi, nel suo versante intellettuale, un po' come Giovanni Trapattoni sta al mondo del calcio e Pippo Baudo sta alla televisione pubblica: sono delle vere icone rappresentative di un certo milieu, di certi ambienti che conoscono come le loro tasche, da sempre presenti nel nostro paese, a destra e a sinistra, nel mondo cattolico e in quello laico.
Sia D'Arcais che la rivista Micromega sono considerati, in Italia, punti di riferimento.
Il 14 giugno è comparso un suo post che ha il sapore del vero e proprio "appello a Beppe Grillo" sul giornale "Il Fatto Quotidiano", pretendendone l'immediata pubblicazione sul blog di Beppe Grillo. Poi ha insistito, il giorno dopo e ancora oggi -sempre su Il Fatto- a pungolare Grillo e ogni militante, attivista, sostenitore del M5s, a sostenere la causa del dissenso interno, denunciando di fatto (e nei fatti) una specie di deriva di delirio onnipotente e dittatoriale da parte di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Ho ritenuto opportuno, quindi, dare una mia risposta personale a Flores D'Arcais, perchè penso che sia caduto (come la maggioranza dei sostenitori di questa tesi) in una banale trappola mediatica che lo porterà, inevitabilmente, in una melma paludosa che ha i consueti contorni delle sabbie mobili dell'intellighenzia italiana, da trent'anni condannata al suicidio perchè commette sempre lo stesso identico errore: l'incapacità dell'assunzione di responsabilità in proprio.
In copia e incolla lo presento qui di seguito per intero, in modo tale che il lettore possa seguire la mia argomentazione di risposta al post di Flores D'Arcais.
Ecco il suo post:


Caro Beppe Grillo, il dissenso è la ricchezza della nuova politica

Caro Beppe,
ho letto il tuo post di oggi (giovedì 13 giugno), in cui chiedi a chiunque faccia parte della “voce esplosa a fine febbraio, con nove milioni di voti al MoVimento 5 Stelle” e “poi diventata più flebile” di far sentire la propria voce (ovunque: “nei bar, nei taxi, al lavoro, negli studi televisivi, in rete, nei tribunali …”). Poiché cerco di farlo senza interruzione da 52 anni (la prima manifestazione a cui partecipai è del 1961, quando avevo 17 anni, per la libertà in Spagna), accolgo molto volentieri il tuo invito, ed essendo uno dei nove milioni che ha votato M5S mando questo post al tuo blog, sperando che tu voglia pubblicarlo, prendendo alla lettera quello che tu anche oggi ribadisci: “Ognuno deve valere uno per riportare la democrazia in questo Paese”.
In realtà, dal punto di vista della possibilità di comunicare, tu ed io siamo dei privilegiati, abbiamo più strumenti per essere ascoltati di un cittadino nella media (tu naturalmente molto più di me), e questo aumenta le nostre responsabilità, che sono proporzionali alla visibilità che abbiamo.
La prima responsabilità è quella di dire la verità, tutta la verità niente altro che la verità, e la seconda di fare in modo che quei 9 milioni di voti non si disperdano, non diminuiscano, anzi si accrescano, per portare l’Italia a quella svolta che l’establishment del privilegio chiama “antipolitica” e che invece è solo “Altrapolitica”, contro corruzione, mafie, Casta.
Oggi quei nove milioni non ci sono già più, questa è la prima, benché amara, verità da cui dobbiamo partire. Perché in tre mesi si sono ridotti alla metà, e in alcune zone (comprese Roma e la Sicilia) a un terzo? Una parlamentare del M5S, la senatrice Adele Gambaro (una militante della prima ora) tra queste cause ha messo “i toni” della tua comunicazione. Può essere che sbagli del tutto o che abbia ragione solo parzialmente o che abbia messo il dito sulla piaga. Se si vuole discutere seriamente bisogna farlo senza tabù. E se ci si prende sul serio, se “ognuno vale uno”, la semplice logica impone che nessuno possa dire che “qualcuno vale niente”.
Personalmente non credo che si tratti solo dei “toni” della tua comunicazione. Perché sono anche quei “toni”, che hanno trasformato il tuo “Tsunami tour” in uno tsunami nelle urne delle politiche di tre mesi fa, con più di un elettore su quattro a votare M5S.
Quei “toni” tre mesi fa raccoglievano consensi ciclopici, oggi però non più. Cosa è successo? In un tuo blog di quattro giorni fa (“C’è chi ha votato il M5S perché …”) sono elencate tutte le ragioni per cui elettori molto diversi e con diverse motivazioni hanno realizzato lo tsunami dei nove milioni di voti. Erano comunque uniti su un punto: volevano che quei voti contassero, subito. Non per fare accordi da vecchia politica, ma per incidere contro la vecchia politica senza aspettare le calende greche del 51% (la demenza tipo partito a vocazione maggioritaria lasciamola a Veltroni). In tre mesi non è accaduto. Un mare di polemiche autoreferenziali, “chi fa x è fuori”, “chi dice y è fuori”, mentre una politica nuova sa essere molto più libera della falsa libertà dei partiti, e dunque non solo tollera il dissenso ma lo considera parte integrante della propria ricchezza.
In questi tre mesi è mancata l’azione. Fuori, ancor più che dentro il Parlamento. Fuori, esistono molti movimenti (di lotta su temi diversi, di opinione, di piazza, sul web), ma il M5S partecipa pressoché esclusivamente alle proprie iniziative, non cerca mai di promuoverne con altri “soggetti” anche quando ne condivide pienamente gli obiettivi.
Due soli esempi: a Bologna si è svolto un referendum in difesa della scuola pubblica, Davide contro Golia, trenta cittadini comuni contro tutti i poteri della città, dal vescovo Cl (cardinal Caffarra) al sindaco Pd alla Confindustria alle coop. I consiglieri comunali M5S stavano con il comitato laico, beninteso, ma nelle piazze e nella mobilitazione il M5S in quanto tale non si è visto. A Roma qualche settimana prima MicroMega ha organizzato a piazza Santi Apostoli una manifestazione per la ineleggibilità di Berlusconi, dopo aver raccolto 250 mila firme sul web. C’erano militanti del M5S, ma a titolo personale. Eppure quella sulla ineleggibilità è una battaglia del M5S. Perché non farla insieme? MicroMega la conduce dal 1994. Perché ogni tentativo di iniziative comuni ottiene un “fin de non recevoir” tanto silenzioso quanto eloquente? Gli esempi si potrebbero moltiplicare, con moltissimi altri “soggetti”, sigle, movimenti.
La scelta di votare Rodotà per la presidenza della Repubblica è stata un gesto esemplare, perché rovinarlo insolentendolo alla prima affermazione critica nei tuoi confronti? Cosa vogliamo, gli intellettuali organici, come nel vecchio Pci, o obbedienti “perinde ac cadaver” come nella Compagnia di Gesù?
Di cose da discutere, e da fare, insieme, ce ne sono moltissime, ma di queste in prossimi e specifici blog che mi impegno a mandare, nella speranza che ora la discussione e la partecipazione, che invochi nel tuo blog di oggi, possa cominciare davvero, e davvero secondo il principio che uno vale uno.
Un carissimo saluto,
Paolo Flores d’Arcais

L'intera sinistra applaude e plaude a questo nobile intervento.
Io invece no. Anzi. Mi ha anche infastidito, se devo essere onesto. E per diversi motivi. Primo tra tutti quello di trovarlo vecchio e stantìo, intriso di una lettura obsoleta quanto errata della situazione attuale, che comporta, automaticamente, un processo di auto-assoluzione e offre una idea del M5s che non corrisponde a ciò che il movimento è, nella sua essenza.
Dice D'Arcais: "In realtà, dal punto di vista della possibilità di comunicare, tu ed io siamo dei privilegiati, abbiamo più strumenti per essere ascoltati di un cittadino nella media (tu naturalmente molto più di me), e questo aumenta le nostre responsabilità, che sono proporzionali alla visibilità che abbiamo".
Uno dei punti principali del M5s (da cui la situazione attuale che si è determinata) ruota proprio intorno a questo punto fondamentale "l'assunzione di responsabilità". Il cosiddetto "dissenso" è un falso problema, non è quello il punto dolente: si tratta di un falso mediatico grossolano e abilmente strutturato. Posso perdonare l'ingenua Gambaro, cittadina priva di alcuna esperienza politica, la quale -per l'appunto- non si è accorta di ciò che stava facendo e di ciò che ha combinato (sempre che fosse e sia in buona fede) proprio perchè -come ci suggerisce D'Arcais- le nostre responsabilità..... sono proporzionali alla visibilità che abbiamo. Appunto. Questo è il vero succo del problema, non il dissenso che non c'entra nulla.  Chi è stato eletto in parlamento, automaticamente, ha acquistato e acquisito una dose di plusvalore di visibilità che impone una regola di comportamento di tipo ABCD....perchè le proprie parole, i propri atti, le conseguenze delle proprie parole e dei propri atti, hanno assunto un peso che è "squisitamente sempre e soltanto politico". Se io o qualunque altro votante di M5s diciamo "Grillo è il responsabile" vale, diciamo 32 grammi. Forse, il mio blog può pesare 17 grammi o giù di lì. Ma se lo dice Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista o Adele Gambaro, invece, vale almeno 346 chilogrammi di puro piombo. E qui non servono spiegazioni, il dato è ovvio. Idem per ciò che riguarda la presenza televisiva, una insoddisfazione comunicata in maniera spontanea a un giornalista per strada, financo una battuta istintiva al barista dell'angolo se per caso è presente una telecamera o un microfono. Anche se non c'è nessuno e c'è soltanto un microfono da solo appoggiato lì, apparentemente per caso, senza nessun essere umano nelle vicinanze. Anche se si parla al telefono alla propria cuginetta lontana, anche se ci si sfoga con la maestra d'asilo della propria figlia, senza che vi siano testimoni: domani potrà sempre piombare, all'improvviso,  a casa sua, Corrado Formigli alle ore 16 e 23 e trasformarla in un battibaleno in una eroina domenicale del dissenso denunciato al popolo.
Sono atti politici. Il dissenso è tutta un'altra cosa. E D'Arcais è troppo intelligente per non saperlo. 
Questa è la realtà mediatica nella quale noi viviamo e la reazione di Beppe Grillo non soltanto non ha nulla a che vedere con il concetto di "dissenso" ma si riferisce, piuttosto, a un concetto di carattere pedagogico, assolutamente necessario e giusto: così si formano i dipendenti in parlamento. O capiscono, comprendono, incorporano, alchemizzano il Senso della loro scelta e si comportano di conseguenza, oppure non ha "alcun senso" che rappresentino il M5s perchè la linea del movimento -che non è un partito e neppure un'associazione culturale e neanche una rivista intellettuale- è basata sul principio di denuncia permanente del sistema incancrenito che nega qualsivoglia accordo con chiunque sia stato, sia, o voglia essere responsabile dello sfascio aberrante della nostra società. 
Beppe Grillo non è un pedagogo, è noto, ed è un uomo viscerale, istintivo, quindi reagisce sulla base della sua caratterialità. Ma la sostanza della sua reazione è tutta interna alla logica del movimento e ben ne rappresenta la sua struttura ideale. Se fosse stato più British (gli inglesi e i loro finanzieri ancora non se la sono comprata tutta, la Liguria) forse avrebbe dovuto replicare dicendo "l'intero movimento attende le scuse formali, pubbliche, a voce e per iscritto, da parte della senatrice Gambaro, per la sua improvvida uscita, politicamente perniciosa, auto-distruttiva, che ha determinato un movimento sussultorio di echi reattivi nel mondo mediatico che finiranno per compromettere la natura e l'essenza del lavoro politico del movimento: con ansia attendiamo. Grazie". 
In questo paese di snob riottosi, forse, messa così sarebbe stata apprezzata da tutti quanti. Roberto Maroni ha impiegato dieci minuti a espellere dal suo gruppo quella sciamannata che ha aggredito la Kyenge. Nessuno (giustamente) ha gridato sostenendo che all'interno della Lega Nord non esiste dissenso. Uso questo paragone perchè serve. L'aspetto tragico (che ben conosciamo) consiste nel fatto che è probabile esistano molti leghisti che erano perfino d'accordo, ma questo è irrilevante. Poichè Roberto Maroni è un leader politico -e non un moralista- ha voluto immediatamente sanzionare con fermezza il danno politico provocato all'immagine della Lega. Ha fatto benissimo. Polemiche e danni: zero. Non così con la Gambaro: il danno all'immagine è stato lo stesso. La cupola mediatica vive di questo, è il loro pane quotidiano. 
Il problema non è il dissenso ma l'assunzione in proprio della consapevolezza degli atti politici che si compiono quando si raggiunge una visibilità tale per cui si coinvolge la collettività.
Il comportamento della Gambaro rivela una psicologia berlusconiana, basata sul principio "dico quello che mi pare io non devo rispondere a nessuno: siamo in democrazia o no?".
La risposta è semplice: cara Gambaro, con questi media non siamo in democrazia. Quindi, o gli eletti in parlamento si rendono conto in quali acque stanno navigando (e hanno il nostro sostegno, amore, aiuto,  collaborazione e supporto) oppure non se ne rendono conto. Se non se ne rendono conto è meglio che se ne vadano da un'altra parte per un motivo banale che non ha nulla a che vedere con il dissenso:abbassano la quota di intelligenza collettiva.
Sostiene D'Arcais: "....i nove milioni di votanti.....erano comunque uniti su un punto: volevano che quei voti contassero, subito. Non per fare accordi da vecchia politica, ma per incidere contro la vecchia politica senza aspettare le calende greche del 51%". 
Quindi, la sua argomentazione non ha nulla a che vedere con il "dissenso", bensì sposa surrettiziamente la posizione "partitista" perchè in maniera ambigua (forse inconscia, chi lo sa) si introduce il senso di colpa per non aver chiuso l'accordo con il PD (che tra l'altro non lo ha mai voluto, pretendevano soltanto i voti con il sistema del voto a perdere). Chi l'ha detto che il M5s volesse quello? Il mio voto vale quanto quello di D'Arcais. Io, ad esempio, non volevo che i voti "contassero subito" essendo consapevole che subito non era possibile fare nulla. Con la crisi, con il fiscal compact, con la corruzione dilagante, ci voleva almeno il 70% dei voti per poter pensare di  (se va bene) cominciare a cambiare qualcosa. Già oggi, ad esempio, ci vuole una percentuale minore, grazie al lavoro svolto finora dai rappresentanti del M5s in parlamento. Io volevo -e parlo qui nella mia quota parte di un voto, il mio- che venisse introdotto nell'immaginario collettivo del popolo italiano l'idea formante che "è possibile una visione dell'esistenza diversa", e avviare un processo di smascheramento e denudamento delle responsabilità di tutti coloro che hanno provocato e determinato l'attuale sfacelo. Questo volevo. D'Arcais, invece, voleva andare a trattare, evidentemente. Che tragica ingenuità per una persona con 50 anni di vita politica italiana alle spalle! Che obiettivo piccolo piccolo, per il mio modo di vedere le cose. 
Sostiene D'Arcais: "A Roma qualche settimana prima MicroMega ha organizzato a piazza Santi Apostoli una manifestazione per la ineleggibilità di Berlusconi, dopo aver raccolto 250 mila firme sul web. C’erano militanti del M5S, ma a titolo personale. Eppure quella sulla ineleggibilità è una battaglia del M5S. Perché non farla insieme? MicroMega la conduce dal 1994. Perché ogni tentativo di iniziative comuni ottiene un “fin de non recevoir” tanto silenzioso quanto eloquente?"
Provo a rispondere a titolo personale. Forse perchè Micromega ha fatto una campagna elettorale alle politiche di febbraio 2013 sostenendo la lista surrealista Ingroia, vero esempio di dada italiano: aveva il nome di "rivoluzione civica" ed era stata protestata da Salvatore Borsellino e Lidia Undiemi, i quali, entrambi, sostenevano la propria indignazione per il fatto che quella lista civica era composta da un gruppo di burocrati, vecchie cariatidi ammuffite di rifondazione trombati alle precedenti elezioni, disperati all'idea di non andare in parlamento e Ingroia aveva scelto di  non privilegiare la società civile autonoma optando per gli apparati burocratici . Loro, proprio loro che sono stati co-responsabili del totale accordo con Berlusconi.  Come mai, allora D'Arcais non sostenne il dissenso della economista Lidia Undiemi e del fratello del giudice assassinato dalla mafia, Salvatore Borsellino, promotore e fondatore della associazione di diritti civili "agende rosse" quando gridarono allo scandalo? 
Non era dissenso, quello? 
Per quale motivo, il M5s che è un gruppo politico che per principio è contro la logica dei partiti tradizionali e rappresenta il 26% dell'elettorato dovrebbe seguire le iniziative politiche di una rivista che ha sostenuto e appoggiato una lista che nessuno ha votato alle elezioni? Che Senso avrebbe? Su su D'Arcais, introdurre la subdola argomentazione che il M5s non vuole delegittimare Berlusconi contiene un suono patetico. E' vero che nel 1994 Micromega lo voleva fare. Ma è anche vero che la rivista, in tutti gli anni seguenti, è stata un solido punto di riferimento per il dibattito di tutti coloro che stavano allora al governo (e lì ci scrivevano) non facendo nulla nè per gli italiani, nè per l'Italia, nè per la sinistra, nè per nessuno, se non per se stessi e il proprio piccolo gruppo ottuso clientelare. Nella migliore delle ipotesi, qualche snob della cosiddetta avanguardia miliardaria da salotto, che ogni tanto alzava la cresta sapendo che era inutile.
Il M5s è ben altra cosa. Anzi, è l'opposto: è proprio contro questa logica.
D'Arcais parla di una sinistra come se la sinistra in Italia esistesse o come se avesse compiuto atti politici ragguardevoli nel recente passato: la realtà è diversa.
Il problema non è il dissenso. Non siamo nel 1980. Il problema è la "assunzione di responsabilità in proprio", la confessione del proprio fallimento e di quella di due generazioni di intellettuali compiacenti, sonnacchiosi, distratti, collusi, sempre pronti a definirsi dissidenti purchè ci fossero sovvenzioni e cariche e prebende e sussidi necessari e sufficienti per coltivare il consociativismo all'italiana, additando sempre e comunque la responsabilità all'avversario politico di turno, mai a se stessi. Ed è quello che Grillo ha denunciato.
Negli ultimi 5 anni c'è stata un'unica persona, all'interno della sinistra consociativa intellettuale che ha confessato. E' stata una esperienza commovente. Quando lo lessi. esultai e mi dissi: "ecco, ci siamo, questo è il primo di una lunga serie". Accadde un anno e mezzo fa, quando l'Italia e la situazione politica erano molto ma molto diverse. Fu Il Fatto Quotidiano online a pubblicarlo. Un post molto breve ma chiaro, incisivo, vero, autentico, perchè dettato dalle oscillazioni del cuore e non dalle trame perverse della mente bizantina del politichese. Intendiamoci, niente di che. Ma nella terra dei ciechi, anche un orbo va benedetto. L'autore si chiama Marco Giusti, un intellettuale della sinistra che lavorava come programmista alla Rai. Scrisse un mea culpa. Chiese scusa alla nazione, spiegando di essere stato in buona fede, ma ammettendo le proprie responsabilità sia individuali che collettive. Merita rispetto.
Non fu il primo di una lunga lista.
Fu l'unico.
Si conquistò su facebook soltanto un mi piace, il mio.
Non abbiamo bisogno, oggi, in Italia, di appelli alla libertà del dissenso. Abbiamo bisogno di confessioni.
Come quella di Tommaso Buscetta al giudice Falcone che aprì una grande stagione della legalità.
Abbiamo bisogno degli intellettuali, degli artisti, dei pensanti collusi, che abbiano il coraggio civico e la passione civile dettata dal pudore animico, necessario  e sufficiente per confessare di sentirsi responsabili dell'attuale degrado, e raccontarci la loro storia di degradazione etica, di asservimento morale, di resa incondizionata alle sirene berlusconiane. E da lì allargare lo spettro facendo germinare l'emulazione. Peter Gomez dovrebbe ripubblicare quella lettera di Marco Giusti domani e chiamare a raccolta i suoi colleghi perchè facciano altrettanto, per il bene della nazione. E' lo psicodramma di cui abbiamo bisogno. Vogliamo confessioni vere di vita vera non appelli intellettuali.
Il dissenso è una trappola mediatica.
Il vero problema è l'assunzione di responsabilità in proprio.
Chi si sottrae, mente. O è in malafede o è cieco.
A scelta.
Comunque sia, Gambaro o non Gambaro, la nuova realtà aperta dalla breccia di M5s andrà avanti.
Che vi piaccia o meno.
Lentamente, vorticosamente, furiosamente gandhiana.
Non c'è alcuna fretta.
Il tutto è subito è infantile e fuorviante.
Che al governo ci sia Letta o Berlusconi o Monti appoggiati dalla destra o dalla sinistra è uguale.
Ce lo ha spiegato Mario Draghi il 10 marzo 2013 alle ore 10.23 a Bruxelles.
"Ci tengo a tranquillizzare i mercati, gli investitori internazionali, gli operatori finanziari riguardo all'Italia, in relazione all'attuale situazione politica. Il mio è un paese saldo e solido. State pure tranquilli: abbiamo innescato il pilota automatico. Non c'è quindi alcun problema, davvero, potete fidarvi".
Questo è il tragico punto sul quale dibattere, altro che dissenso.
Il "pilota automatico" di cui nessuno parla: questa sì che è censura vera.
Con la complicità dell'intera sinistra intellettuale, salvo quegli spiriti indipendenti che, non a caso, non hanno alcuna visibilità nè casse di risonanze.
Non a caso sono invisibili.

venerdì 14 giugno 2013

Beppe Grillo non è una mamma. Anche se, tutti noi, stiamo morendo dalla fame e dalla sete.



di Sergio Di Cori Modigliani

Il bisogno, si sa, è una brutta bestia. E il M5s non è espressione di una evoluzione politica collettiva, o la manifestazione pubblica e sociale di una elite di illuminati che un mattino si è svegliata e ha deciso di dar vita a un progetto di rinnovamento del mondo.
Il M5s è nato per bisogno.
Si è costituito e ha attirato, come un poderoso magnete, forze di persone disperate, tradite, avvilite, defraudate, ingannate, depauperate, depresse, stanche, sole, analfabeti e super-laureati, maschi e femmine, settentrionali e meridionali, giovani e anziani, che in comune avevano tutti una sola cosa: il bisogno di schiettezza, di verità condivisa, di solidarietà, di pulizia, di onestà collettiva, di fiducia, per poter dire a se stessi: esiste ancora una possibilità di dare un senso alla mia esistenza.
Il successo del M5s è stato come un gigantesco barile d'acqua fresca per dissetati nel deserto culturale, umano, esistenziale, economico e lavorativo, che era stato ben architettato, congegnato, pianificato e strutturato dalla banda di tenocrati oligarchi che si è impossessata del sistema democratico italiano per soddisfare il proprio ingordo appetito individuale, di gruppo, di casta, di lobby, di famiglia, di club, a danno della collettività nazionale.
Il successo del M5s è stata la promessa di un panino imbottito con dell'ottimo prosciutto italiano e delle belle fette di formaggio fresco, scelte come prodotto artigianale a seconda della regione; per soddisfare la fame di pulizia, la possibilità di poter dire a se stessi (i votanti giovani) e ai propri figli (i votanti anziani) "forse da domani ciascuno sarà riconosciuto come persona" e quindi immaginare dentro di sè che esiste una alternativa.
Il successo del M5s è stato il frutto di un paese sbandato, regredito, narcotizzato, vilipeso e rimbecillito dall'epidemia di idiozia collettiva, volgare e superficiale, che ad un certo punto ha dato fondo al ricordo antico della propria dignità tradizionale per affermare il proprio diritto al rispetto del concetto di cittadinanza, perno centrale e humus della democrazia sostanziale.
E il successo è stato reale.
Ed è tuttora reale.
Penso che non ci sia stato neppure uno tra gli 8.880.000 votanti che non sia stato in buona fede.
Penso che non ci sia stato neppure uno che ha votato per il M5s pensando "così svoltiamo io e la mia famiglia", perchè le promesse clientelari erano zero, le aspettative economiche erano zero.
E così, il 26 febbraio del 2013, l'Italia si è accorta che il paese si stava risvegliando.
Gli assetati e gli affamati di pulizia, di merito, di onestà e di rispetto per la persona si sono manifestati.
Sono diventati visibili dal nulla in cui erano stati spinti.
Sono risorti come l'araba fenice dalle ceneri di questa nazione abbrutita dalla corruttela.
E lì è avvenuto il più comprensibile e umano degli errori socio-psicologici, sul quale la banda oligarchica delle dinastie al potere si è gettata per farne un sol boccone.
Il movimento -e i suoi votanti- hanno dimenticato di essere il prodotto di una società regredita.
Hanno scordato di essere incapaci di essere adulti perchè abbandonati e orfani di educazione e di amore.
E non sono stati in grado di far propria l'idea che il movimento cinque stelle, come formazione politica, era -e tuttora è- una gigantesca torta comunitaria che ha una sua prticolarità intrinseca: deve servire a nutrire tutti. Dovrà quindi sfamare tutti i bisogni e tutti gli assetati.
Ma per avere una possibilità di vittoria, dovrà farlo in maniera adulta.
E ha bisogno del tempo fisiologico necessario.
Il PD, il PDL, la lista Monti, Sel, Fratelli d'Italia sono il fast food della politica. Il loro mantra è "dateci il voto e sparite". E' la stessa frase che è stata proposta da Bersani a Crimi e Lombardi "dateci la fiducia per governare" senza spiegare come, dove, perchè, secondo quali progetti, meccanismi, programmi (ah, si certo, i famosi e fumosi 8 punti!).
Come sono abituati da sempre a fare "delegateci e noi vi rappresentiamo, nel frattempo state zitti".
Il M5s è, invece, lo slow food della politica.
Ha bisogno, per sua natura, di tempo per lievitare.
Infatti, è come il pane. Molti votanti e sostenitori di M5s in buona, anzi, in ottima fede, mi ricordano me da piccolo quando mia madre preparava il pane fatto in casa che io adoravo. Ancora adesso dopo decine e decine di anni ne sento il sapore sulle papille della lingua. Lo metteva in forno e dopo tre secondi io andavo in cucina a chiederle quando era pronto, e poi ritornavo di là a giocare e poi ritornavo in cucina a protestare dopo qualche secondo. Non concepivo l'idea del tempo necessario per la cottura: ero preso dal bisogno di "soddisfazione instantanea" caratteristica del pensiero infantile quando è legato a bisogni sia emotivi (la mamma che accudisce e provvede) sia fisiologici (la fame). Così con Grillo che viene vissuto come una Grande Mamma che ha provveduto a liberarci dalla paura dell'Orco e dell'Uomo Nero e ha messo il pane nel forno acceso della democrazia in attesa. Ma nel frattempo, l'idea berlusconiana-marketing-pubblicitaria dell'esistenza aveva provveduto a far regredire la nazione, trasformando le persone adulte in bambini piccoli bisognosi, abituati alla soddisfazione instantanea del modello marketing attuale: soldi facili con il gioco d'azzardo, orgasmo immediato con il video-porno o con le chat sui social networks, lavoretti veloci pagati al nero purchè cash e subito, il tutto all'interno dell'esigenza di essere soddisfatti subito.
E allora mangiatevi il fast food e non lamentatevi.
La vera progettualità politica è slow.

Volete il fast food della politica: avete l'imbarazzo della scelta.

Volete il pane lievitato all'italiana, cotto nel forno a legna: imparate a controllare l'impulso della fame, così si diventa adulti.

Anche io muoio dalla fame di democrazia, muoio dalla sete di onestà, e sono mosso da un bisogno di emergenza totale.

Ma l'acqua inquinata non la voglio.
Il pane gommoso e stantio neppure.

Aspetto.

Nel frattempo nutro il mio Io per gestire il digiuno necessario.

La via verso l'essere adulti, e soprattutto la via per diventare una nazione di adulti pensanti, è davvero lunga.

Buon percorso a tutti.

E custodiamo il pane mentre aspettiamo che lieviti, controlliamo la temperatura del forno per non farlo bruciare o rallentare troppo la cottura.

Nel mondo adulto si chiama "tempistica della circostanza oggettiva".

Ci penserà (purtroppo) la gravissima crisi attuale ad accelerare il tempo di cottura.
Ciò che conta è che al momento giusto, ci sia pane per tutti.

Buon week end.

giovedì 13 giugno 2013

E se il movimento si facesse un proprio referendum interno, lanciando la "stagione della glasnost italica"?



di Sergio Di Cori Modigliani

Finita la festa, gabbato lo santo.
Tradotto vuol dire che ci troviamo in una situazione nella quale esistono diversi elementi positivi che possono -e devono- essere sfruttati nella maniera migliore possibile, dato che, adesso che la festa è finita, ci si può rimettere a lavorare. Cioè, tentare di "fare politica".
La festa è stata quella elettorale, diventato unico obiettivo dei partiti, dato che sono tutti appiattiti nel loro essere privi di programmi diversificati, privi di soluzioni adeguate per fronteggiare la crisi, incapaci di essere efficienti, inabilitati e inetti nel riuscire ad affrontare il disagio sociale collettivo. Essendo sia il PD che il PDL auto-referenziali, perchè è nella loro natura e struttura, vivono di elezioni, numeri e cariche il cui fine consiste nel garantire a se stessi la rendita di posizione, derivata dall'occupazione territoriale di una classe di funzionari e burocrati che ha come scopo quello di garantire la sopravvivenza, il lavoro e la tenuta delle famiglie, gruppi, consorterie, lobby, clan, bande, fondazioni, enti, associazioni, liste, che garantiscono ai colossi finanziari internazionali, da una parte, il prosieguo della svendita e l'abbattimento dell'industria italiana, dall'altra la difesa dello status quo, sapendo che l'italiano medio è conservatore e non ama il rischio.
La "festa elettorale" dunque è finita. Ed è venuta fuori la questione della senatrice Gambaro, che risponde a Grillo "io non me ne vado, Grillo mi deve delle scuse ufficiali", evento sul quale venti giorni  fa si sarebbero fiondati dal trampolino pretendendo anche la partecipazione del Washington  Post, mentre invece, adesso, avvicinandosi "la realtà" (toh! che sorpresa: esiste) della imminente tragedia economica che incombe, lasciano perdere.
C'è ben altro in ballo, nelle prossime tre settimane che ci attendono.
La questione posta dalla senatrice Gambaro però resta, e -a mio avviso- è davvero una occasione ghiotta per portare chiarezza, serenità ed entusiasmo democratico all'interno del movimento a cinque stelle.
Al di là dell'attacco personale contro Grillo, la posizione della senatrice Gambaro rivela un sintomo reale.
Che diventa sostanziale e fondamentale.
Eluderlo sarebbe un grave errore.
Perchè va a toccare la spina dorsale della identità del movimento a cinque stelle.
La Gambaro parla del Parlamento come se si trattasse di un luogo ameno all'interno del quale si confrontano opinioni diverse, si promulgano leggi che cambieranno l'Italia, si fanno varare dei provvedimenti tesi a modificare l'assetto funzionale del sistema. Immaginiamo e diamo per scontato che sia in buona fede, chiarendo così che, per poter aspirare a parlare di cambiamento, bisogna prima abbattere gli stereotipi usuali del sistema che si intende abbattere per modificarlo. Diceva Giulio Andreotti che a pensar male la si indovina sempre. Una espressione che viene citata spesso, con una fibrillazione emotiva degna di miglior causa, essendo questa la spina dorsale del cinismo e dell'indifferenza che stanno mettendo in ginocchio la nazione. Va capovolto e lanciato un nuovo mantra: "a pensar bene ci si guadagna sempre" e questo lemma va incorporato da chiunque, senza bisogno di spiegazioni.
Partendo da questo assunto, il sottoscritto dà per scontato che la Gambaro sia in buona fede e che stia rappresentando delle istanze e delle esigenze reali all'interno del movimento che non vanno sottovalutate.
Esistono, in questo momento, due linee, che non sono parallele, bensì perpendicolari.
Questa è la loro geometria politica, ed è per questo che si provoca confusione: nel punto in cui si incontrano la comunicazione svanisce e avviene lo scontro. E' inevitabile, dato che la matematica non è una opinione soggettiva ma segue regole oggettive.
Per poter disinnescare la conflittualità e la confusione, dando quindi l'avvio a un nuovo ed entusiasmante processo di eugenetica interna, è necessario prendere atto dell'esistenza delle perpendicolari, chiudere questo capitolo e passare alle rette parallele, l'unico panorama che consente l'affermazione delle proprie idee e dei propri programmi anche con dissimili e diversi: si viaggia sullo stesso binario.
Le due rette perpendicolari sono, secondo me, le seguenti: una è basata sul principio che "dobbiamo collaborare con il sistema dei partiti vigenti perchè siamo -nei fatti- diventati un partito, approfittando del fatto di essere il primo partito italiano alle elezioni del 25 febbraio e quindi abbassare i toni, pacificare i rapporti, lavorare insieme ad altri esponenti politici facendo fronte comune, dotandosi di strumenti partitici e prendendo atto della nuova condizione". Questa, diciamo che è la Linea A.
Poi c'è la linea B, la quale, invece, sostiene che "noi siamo in contrapposizione al PD e al PDL non perchè abbiamo una ideologia, quanto piuttosto per il fatto che noi -come logica strutturale attuale- siamo un movimento e quindi dinamici (tengo volutamente fuori da questo discorso la contestazione, per così dire politica, a questi due partiti). Data questa natura è impossibile "lavorare insieme ai partiti" a meno che non venga rispettata e salvaguardata la nostra struttura di movimento che, come tale, è  priva di apparato, burocrazia, tecnocrazia centrale perchè privilegia il concetto di comunità collettiva rifiutando la delega di rappresentanza".
La Linea A è, diciamo così "la linea partitica".
La Linea B è, diciamo così "la linea movimentista".

Sono perpendicolari.

Se si va avanti così si finisce come il PD: frantumati senza identità. Il PD è andato a sbattere perchè aveva Bersani che alle 12 diceva "Monti è una risorsa" e poi alle 17 diceva (da un'altra parte e con un altro pubblico) "Monti è una jattura". Alle 12 appariva insieme a Enrico Letta e alle 17, invece, si faceva vedere con Nichi Vendola.
Pensava di essere furbo.
Non aveva capito che l'Italia era cambiata e gli italiani, in un singulto di ritrovato Senso della dignità etico-sociale, avevano deciso che non ne potevano più dei furbi.
Idem per Berlusconi e il PDL. Alle 12 a Varese  si faceva vedere con Maroni e Salvini dicendo "privilegiamo la questione settentrionale" e poi alle 17 con Miccichè e Nitto Palma a Benevento per dire "privilegiamo la questione meridionale".
Un'altra furbata, pensando che o gli italiani sono scemi oppure gli italiani amano i furbi.
La realtà è un'altra.
Gli italiani non sono mai stati scemi e hanno "inventato" il M5s proprio perchè si sono stancati di amare i furbi.
E così hanno penalizzato entrambe le fazioni furbe.

I "furbi" e "gli schietti" sono incompatibili: sono rette perpendicolari.
I "movimentisti" e "i partitici" anche.

E' arrivato, dunque, il momento in cui i 163 eletti nelle file del M5s chiariscano agli 8.880.000 votanti quale delle due soluzioni di retta intendono perseguire.

La posizione della senatrice Gambaro rappresenta la "retta dei partitici" in contrasto con la "retta dei movimentisti".

E lo si evince dal fatto che già si insinuano in rete, in diversi siti, e presso diversi blogger, voci che la sostengono e che insistono per una presa d'atto "che siamo diventati un partito e questo siamo".

E' così?

Abbiamo il diritto di saperlo.
Abbiamo il dovere di chiederlo.
Abbiamo il diritto di pretendere chiarezza priva di ambiguità da parte dei 163 eletti.
Abbiamo il dovere di tirar fuori, ciascuno di noi, idee costruttive per trasformare la perpendicolare in una parallela.

Ecco la mia, di idea, che qui formalizzo:
"I 163 eletti lanciano un referendum tra di loro. E' vietata l'astensione. Vince il principio di democrazia a maggioranza relativa. Si vota il seguente principio: "movimentista o partitista?". L'elezione avviene per nomina alfabetica in streaming. Sono sufficienti 84 voti per far passare una delle due linee. La minoranza accetta di aver perso e si mette a disposizione della maggioranza: questo è il senso della democrazia, così si viaggia in parallelo".

Chi ha votato per il M5s oggi è confuso: ha votato per un movimento e si trova degli eletti che hanno fatto campagna elettorale sostenendo una idea movimentista ma che oggi auspicano la fondazione di un partito.
Queste persone hanno cambiato parere strada facendo? Ma gli elettori hanno il diritto di sapere chi sono e quanti sono coloro che hanno cambiato idea strada facendo, altrimenti si rimane nell'ansia della retta perpendicolare che può incrociarsi in qualunque momento.

Nel caso vinca la retta A, ovvero "quella partitica", allora si passerà ad una fase successiva: trasformazione, modificazione e costituzione del M5s in partito ufficiale con una sua linea politica che dovrà essere chiara, sui diversi argomenti , anche di natura etica, e lì si partirà in rete, attraverso i singoli e molteplici meet up, per elaborare gli strumenti più atti, poichè si prende atto del fatto che è necessario collaborare con i partiti esistenti al fine di trovare una piattaforma comune.

Nel caso vinca la retta B, ovvero "quella movimentista" la fase successiva dovrà chiarire, secondo me, che il M5s è un movimento politico dinamico, dotato di strumenti operativi politicamente efficaci ed efficienti con il dichiarato obiettivo di abbattere il sistema vigente di questi partiti, dando un proprio contributo creativo nelle amministrazioni comunali, provinciali, regionali, parlamentari, su singoli punti che il movimento ritiene utili per venire incontro a esigenze della collettività e non all'interesse dei partiti.

La minoranza perdente si mette a totale disposizione e lavora con entusiasmo per il raggiungimento degli obiettivi della maggioranza, godendo del rispetto di un'idea diversa e del plusvalore che deriva dall'inevitabile apprezzamento nei confronti di chi mostra e dimostra di essere in grado di praticare il senso della democrazia diretta.

Se, tra i 163, c'è qualcuno -nella minoranza- che non intende accettare la vittoria della minoranza, può andare a raggiungere a scelta: A) il gruppo Sel di Vendola (se è di sinistra) oppure B) il gruppo fratelli d'Italia  di La Russa (se è di destra): entrambi hanno la stessa identica struttura, lo stesso linguaggio, la stessa posizione, le stesse parole d'ordine; entrambe queste fazioni hanno fatto campagna elettorale sostenendo lo stesso identico slogan "nè con Monti nè con Berlusconi" ma poichè vivono in uno stato di perdurante confusione furba, hanno scelto di candidarsi con Berlusconi e con chi voleva allearsi a Monti facendo finta di niente: per loro ciò che era importante non era il programma bensì occupare degli scranni in parlamento.
Questa è la realtà dello stato delle cose.

Chi scrive sostene la Linea B, quella movimentista.
Chi scrive è un grande estimatore di Simone Weil, intellettuale di grande caratura, la quale nel 1948 ci regalò un saggio di immemorabile valore nel quale spiegava "perchè i partiti sono morti" e vagheggiava la costituzione degli Stati Uniti d'Europa come una confederazione di movimenti sociali e culturali, gettando i primi semi della "cultura glocal".
Il sottoscritto appartiene a quella tradizione e intende rimanerci fedele.

La confusione della perpendicolare, questa proprio no.
E' il pane quotidiano di chi vuole cancellare il M5s.
Abbiamo bisogno di sapere dai 163 eletti a quale delle due linee rette intendono aderire, nessuno escluso. Per evitare futuri equivoci, ambiguità pericolose.

Sono per l'Azione Parallela e voto la Linea B movimentista.

E voi, che cosa ne pensate?




mercoledì 12 giugno 2013

Ma chi è Faber Azzok e che cosa vuole da noi?


di Sergio Di Cori Modigliani


Qualche settimana fa mi telefona una persona che conosco, una imprenditrice. Non ho una gran stima di lei perché non la considero una persona intelligente, però è simpatica. Mi dice “Hai letto il libro di Faber Azzok?”.
Le dico “No, e chi è?”.
Raggiante e in preda a una vera esaltazione mi racconta che quel libro le sta cambiando la vita. Si tratta di un testo scritto da un certo Faber Azzok, che racconta la sua esperienza come “guru” ovvero come responsabile della formazione di persone alle quali insegna e spiega come essere positivi, come trasformare la propria esistenza ed essere felici, vivendo a pieno regime il proprio potenziale. Per cercare di convincermi a leggere questo capolavoro mi spiega come, il libro, contenga la sua confessione accorata, che –secondo questa lettrice- rende ancora più autentica e veritiera la presentazione del personaggio. Va da sé, americano.
Il libro è in formato e-book.
Mi invia alcune pagine che mi lasciano alquanto sconcertato.
Ma la curiosità mi pungola e vado in giro a cercare notizie al riguardo.
Scopro che ha aperto addirittura una pagina su facebook dove c’è gente piuttosto strana, perché alcuni dei frequentatori –lo si capisce con molta chiarezza- sono animucce semplici che scrivono in maniera deferente e parlano a questo signor Azzok come se si trattasse di una divinità. Altre ancora, invece, si capisce che lo prendono in giro, ma lui sta al gioco.
E dopo un po’ vengo a scoprire il mistero.
E’ un libro comico, davvero geniale.
Non solo.
E’ anche estremamente istruttivo e pedagogico.
Contatto il vero autore che confessa: “Sì, sono io, che ne dici?”

L’autore si chiama Fabrizio Cotza. E’ un imprenditore emiliano che da anni gestisce un’azienda di successo che si occupa di formazione professionale motivazionale, per aiutare chi ha un’impresa a ottimizzare l’ambiente interno, ad aumentare la capacità produttiva, a migliorare i rapporti tra proprietà e salariati, e infine riuscire ad aumentare l’ingresso del proprio prodotto nel mercato –e quindi vendere di più- con il plusvalore di sapere che sta lavorando in un ambiente basato sull’armonia collettiva e non sulla competitività. La sua azienda si chiama “Allwinners”. Per anni ha lavorato per conto terzi, poi, un mattino di dieci anni fa, si è alzato e ha deciso di mettersi in proprio, raggiungendo un notevole successo sul campo.
Disgustato dal diffondersi di sciacalli, sfruttatori, mode new age, opportunisti arrembanti, guru e pseudo guru, ha deciso di scrivere un libro per denunciare l’esistenza di questi pericolosi imbonitori di cui oggi è piena la nostra società. Come mezzo ha scelto quello della confessione in prima persona. Nel libro, infatti, il protagonista racconta il perché e il come del proprio successo, descrive come e perché ruba i soldi alla gente che è contenta e felice di darglieli, e ci spiega come funziona il meccanismo provocando una incontenibile ilarità nel lettore.
E’ un libro passatempo che contiene una allarmante verità: smaschera i trucchi, svela i giochi dei manipolatori di coscienze.
E’ un libro, in verità, molto serio.
E andrebbe preso molto sul serio, divertendosi.
Ma ha la natura e la struttura di un libretto comico, di uno scherzo, di un divertissement.
Ci tenevo a parlarne per divulgarne l’esistenza e pensavo di presentare l’intervista a Faber Azzok come se esistesse davvero. Poi ho pensato che sarebbe stato scorretto, e vi ho detto prima come stanno le cose.
L’aspetto fantastico di questo prodotto che Fabrizio Cotza ha tirato fuori dal cappello della sua creatività imprenditoriale, consiste nel fatto che molta gente l’ha preso sul serio.
Gli esseri umani non finiranno mai di meravigliarmi.
Fabrizio Cotza lo trovate su facebook.
Anche Faber Azzok, se è per questo.

Ecco l’intervista confessione del “Re dei Guru”


1).
D:  Chi è Faber Azzok?
R:  Sono l'esempio del self made man che si evolve in self made guru. Grazie alle tecniche persuasive e manipolatorie imparate in numerosi corsi di formazione ho compreso come fare in modo che le persone credano a tutto ciò che dico. Una buona dose di millanteria ed ego iper sviluppato hanno accelerato questo processo ed i risultati che ho ottenuto.

2).
D:  Che cosa vuole da noi?
R:  Voglio confondervi e mettervi in crisi. Facendovi osservare entrambe le facce vere della stessa moneta falsa. Voglio illudervi per potervi deludere e poi deludere per potervi creare speranze. Sono la vostra ultima ancora di salvezza, gettata in un mare talmente profondo che nessuno potrà più attraccare definitivamente. Ed ovviamente non sono nulla di tutto questo.

3).
D:  E' vero che basta avere dei pensieri positivi per far sì che la realtà cambi?
R: Certamente. E' il principio della realtà virtuale che governa la matrix. Dopotutto nessuno di noi esiste davvero, quindi ciascuno si può creare la propria non-esistenza. L'obiettivo è diventare burattini sempre più abili e di successo, non trasformarci in esseri umani. Vince chi vive meglio la propria condizione di burattino, mentre chi tenta di ribellarsi viene emarginato in quanto diverso. Tutto il filone new age persegue l'obiettivo di renderci burattini spirituali, privi di anima. Per questo funziona.

4).
D:   Il nome guru le piace e si sente onorato di esserlo o le dispiace e lo considera un insulto?
R:  Io sono l'unico vero Guru. Le altre non sono che squallide figure che vomitano frasette imparate a memoria ad un pubblico anestetizzato. Io ti rivelo il vero Segreto, quello che nessuno ti dirà mai perché farebbe crollare il Sistema per implosione. Ecco perché anche i miei adepti sono gli unici Veri Adepti. Perché sanno che di loro non me ne fotte assolutamente nulla.

5).
D:  C'è chi dice che lei sia un imbroglione, che cosa ha da dire al riguardo?
R: Che è assolutamente vero. Io sono il Matto, che ti schiaffeggia fingendo di accarezzarti, nel tentativo di svegliarti.

6).
D:  Secondo lei, è vero o non è vero che le persone hanno sempre bisogno di una guida?
R: Le persone hanno bisogno di idoli, per sopperire la mancanza di Fede. E l'idolo è per sua natura sempre la rappresentazione dei peggiori istinti umani. Non a caso gli idoli moderni sono cantanti disperati, calciatori ipocefali, soubrette prostitute. L'essere umano degradato ricerca la guida nella peggiore rappresentazione idolatrica che l'ambiente gli propone. E di questo si nutre.

7).
D:  Perchè dovrebbero fidarsi di lei, piuttosto che di un altro?
R: Perché io svelo l'Arcano. Tolgo i sette veli che avvolgono la verità fingendo di mettergli addosso una coperta. E lo faccio sghignazzando come solo un Matto può fare.

8).
D:  Lei che è un esperto di formazione, come vive il suo ruolo?
R: Io non sono un esperto di formazione, io rappresento la rivoluzione della formazione intesa come momento in cui non ne esci motivato ma consapevole. E la consapevolezza all'inizio terrorizza. Ecco perché il mio adepto è colui che torna dopo essere scappato. 

9).
D:  Pensa che chiunque può diventare chiunque oppure per riuscire ad essere come lei è necessario qualche specifico talento?
R: Nessuno può diventare come me. Perché tutti possono diventarlo. E nel potenziale assoluto l'essere umano si perde perché si spaventa. Quindi tutti possono diventare come me, per lo stesso motivo per cui nessuno diventa come me.

10).
D:  Chi è Fabrizio Cotza?
R: E' un pentito che confessa sotto mentite spoglie.

11).
D:  Che cosa vuole da noi e perchè ha scritto questo libro?

R: Rivelare quello che nessuno prima ad ora ha osato dire nel variegato mondo della formazione motivazionale, conoscendolo bene dall'interno. 

12). 
D:   Per dare al pubblico la possibilità di comprendere: in che cosa consiste con esattezza la formazione motivazionale? Si tratta della solita piattaforma marketing importata dagli Usa oppure ne esiste un modello italiano? Se c'è, lei lo applica? E come?.

R:   Esistono vari tipi di motivazione e non solo una.
Quella che ci è stata proposta in varie salse negli ultimi anni è quella più superficiale e meno duratura, poiché è quella che agisce principalmente sull'Ego delle persone. 
Gli approcci "io sono ok, tu sei ok" con camminata finale sulle braci ardenti rappresentano probabilmente il livello più basso di tale approccio, non tanto per gli effetti immediati (spesso riassumibili in una semplice euforia momentanea) quanto per la dipendenza che creano a cui seguono momenti di buio totale quando l'effetto finisce. Il paragone più evidente è quello con qualsiasi droga eccitante. Efficace nel breve, deleteria nel lungo periodo.

Vi è poi una motivazione sana, che nasca dalla Consapevolezza di star progredendo in maniera costante verso un proprio miglioramento personale (e professionale). Che parte dalla propria Visione di vita e dai propri valori più profondi. E che spesso mette in discussione i concetti di "successo", "benessere" e "felicità".  Questo approccio dà risultati meno immediati (anzi, all'inizio potrebbe portare a veri e propri dubbi o riflessioni) ma sicuramente più duraturi. 

Inutile dire che nell'epoca della frenesia e del "tutto subito" il primo approccio è quello che ha dilagato e che si è tramutato in veri e propri eventi formativi farsa, tipo "diventa milionario in un anno grazie al potere delle mente" in cui si gioca sul desiderio delle persone di avere facili illusioni e sogni a buon mercato. E che utilizzano spesso tecniche che vanno dal persuasivo al manipolatorio per vendere il corso successivo, in cui finalmente verrà svelato "l'ultimo segreto". 
Tutto ciò a scapito dell'approccio Consapevole, che invece lavora su una crescita costante,  e che porta ad una Motivazione sana ed endogena (ovvero interna), e non proveniente da fattori esogeni (ovvero esterni).

Azzok rappresenta ovviamente l'archetipo del Guru affabulatorio e spesso manipolatorio, interessato unicamente al proprio vantaggio personale, ma fintamente generoso. Con la sfacciata sicurezza di poter anche rivelare, tra le righe, il suo vero fine, nella convinzione che comunque nessuno lo comprenderà veramente.



martedì 11 giugno 2013

Lo sgambetto della senatrice Gambaro al movimento: ecco che cosa penso.


di Sergio Di Cori Modigliani

Non avevo la minima idea di chi fosse la senatrice Adele Gambaro. Seguito a non averla.
Ma esistono soltanto due ipotesi: o la senatrice è una povera scema, oppure è una povera intelligente.
Se il suo obiettivo consisteva nel creare scompiglio, attenzione mediatiche, trovarsi nelle condizioni di essere espulsa per poi passare al gruppo misto, e non essere più costretta a rispettare la logica interna del movimento, allora ha fatto davvero una mossa intelligente. Si fa così. Ed è bene che tutti gli eletti del M5s imparino da lei, così prima lo fanno meglio è, e si fa la conta.
Se invece il suo obiettivo non consisteva nel finire al gruppo misto, ma era sua intenzione acquisire una certa visibilità come soggetto politico autonomo, ha dimostrato di non aver nè capito, nè compreso, nè incorporato il Senso di appartenenza al M5s e soprattutto "che cosa vuol dire svolgere attività politica in Italia".
Sostenere che "Grillo è un problema" significa sottoscrivere il principale punto (il primo del loro programma esecutivo) dell'attuale governo in carica. In pratica, vuol dire aver votato la fiducia a Letta-Alfano. E' infatti ciò che loro sostengono, dato che per il PD e per il PDL la sola esistenza di M5s e di Beppe Grillo è davvero un problema che non sono in grado nè di gestire, nè tantomeno comprendere.
E' da settimane che investono una inenarrabile quantità di energia per riuscire a far credere alla nazione che "Grillo è il problema". Ci ha provato prima Bersani ed è finito maluccio, poverino: costretto alle dimissioni, con la segreteria saltata. L'aveva adontato anche la Bindi. Pure lei, fuori da ogni carica, sparita dalle notizie.
Negli ultimi venti giorni, avvicinandosi importanti scadenze economiche, istituzionali, parlamentari, e trovandosi il governo in chiara difficoltà di fronte al peggioramento quotidiano della situazione economica, psicologica e sociale della nazione, l'oligarchia dinastica al potere, appoggiata dalle truppe mediatiche, sta facendo di tutto per far passare l'idea che "Grillo è il problema".
Anche a settembre del 2011 "lo spread era il problema". Risolto lo spread, il problema è rimasto; in compenso l'Italia ha aumentato il disavanzo pubblico e da un previsto (parole di Monti) +0,4% si è invece assestato a un solido -3% del pil.
Anche a febbraio del 2012 era "l'articolo 18 è il problema". Cambiato il 18, il problema è rimasto; in compenso sono state licenziate 1 milione di persone, la disoccupazione ha toccato la punta record del 12% ed è crollato il mercato del lavoro e dei consumi interni.
Anche a gennaio del 2013, Bersani e Letta sostenevano che "Berlusconi è il problema". Finite le elezioni, ci hanno fatto il governo insieme.
Anche un mese fa, Enrico Letta ha detto che "è l'Europa il problema: vado a Bruxelles". Ci è andato, è tornato, l'Europa è rimasta dove sta, il problema Italia non è stato neppure affrontato: gli hanno sbattuto la porta in faccia.
Anche venti giorni fa, l'attuale ministro dello sviluppo economico ha sostenuto "il problema sono i crediti alle imprese"; in compenso, va in giro da un convegno all'altro a fare conferenze e alle imprese non è stato dato neppure un euro nè è prevista nessuna forma di pagamento immediato.
Potrei continuare a lungo l'elenco.
Il problema è che la nazione ha davvero gravi problemi strutturali e il suo affondamento è sotto gli occhi di tutti.
E il problema sarebbe Grillo?
La Indesit chiude lo stabilimento di Fabriano, e 2.800 lavoratori perdono il posto e il problema è Grillo?
Le aziende italiane chiudono per fallimento ogni giorno, e il problema è Grillo?
L'Italia è il 68esimo posto al mondo come libertà di stampa e il problema è Grillo?
Ogni giorno la cronaca segnala episodi raccapriccianti di suicidio si gente disperata e il problema è Grillo?
Ecc.,ecc.

Niente di nuovo sotto il sole.

Ho visto il suo video intervista a skytg24. Ha un'aria povera, nel senso di idee.
La critica non c'entra nulla.
In politica ciò che conta è il risultato che si ottiene con il proprio comportamento, dichiarazione, azione.
Sostenendo che "Grillo è il problema" si aiuta a far sopravvivere qualche giorno in più il governo che dopo appena un mese già sbanda e traballa paurosamente perchè non è in grado di far fronte all'emergenza del paese. Tutto qui.
Le critiche costruttive, e quindi intrise di Senso politico, caso mai sono quelle che fa Andrea Scanzi, sempre intelligente -e senza mai risparmiare strali- ma con argomentazioni solide il cui fine consiste nello spingere gli aderenti al M5s a rimboccarsi le maniche e alzare la soglia dell'attenzione e della formazione. Come fa anche Marco Travaglio.

E' un segno dei tempi ed è già triste doverne parlare, fa perdere tempo a tutti.

Come già segnalato, è fin troppo chiaro che esiste una necessità di nuova classe dirigente, e non è facile colmare questa lacuna in tempi brevissimi. Bisognava mettere in bilancio  che ci sarebbero state persone assolutamente prive di ogni strumento e che questo avrebbe provocato danni anche gravi. E' fisiologico. Tutto qui.

Non mi sembra neppure una notizia.
Ed è bene non cadere nella trappola mediatica che la senatrice ha contribuito a costruire: parlarne o non parlarne.
Se uno ne parla si svia l'attenzione, se uno si rifiuta di parlarne è accusato di non contemplare il diritto alla critica.

Non è questo il caso.

Una senatrice del M5s che sostiene "Grillo è il problema" non può rappresentare in alcun modo nè le esigenze nè il programma nè le idee del movimento, che ha una visione lunga e ha bisogno di lungimiranza.

Prima se ne vanno, persone come lei, meglio è per tutti.

Lo ripeto fino alla sfinimento: siamo soltanto all'inizio di una lunga battaglia appena iniziata,.
L'obiettivo non è un posto in parlamento o far varare una legge che nessuno applicherà mai, bensì dare un solido contributo a cambiare il paese e fermare l'inarrestabile declino.
Lo si fa con coerenza, fedeltà, serietà, disciplina e rispetto dei patti sanciti.
Soprattutto con ricchezza interiore.
Per questo la considero una povera.
O è una povera scema o è una povera intelligente.
Non la conosco e non ne ho idea.
Comunque sia, sempre povera è.

A noi serve ricchezza.

Chi ha vinto, chi ha perso? Che cosa sta accadendo nella logica del potere, oggi, in Italia?

di Sergio Di Cori Modigliani




Come vanno letti i risultati delle elezioni?
Se ci affidiamo alla piattezza dei numeri, si fa poca strada, anzi, pochissima. Non si va da nessuna parte.
I numeri sono semplici indicatori, rivelatori, sintomi.
Come diceva Charles Bukowski, citando Mark Twain: "Se le elezioni democratiche davvero consentissero un ricambio e un'alternativa, le avrebbero già abolite e cancellate da molto tempo".
Non è certo un caso che entrambi, ai loro tempi e finchè furono in vita, fossero stati osteggiati dalla classe dominante che li attaccò, isolò e combattè, dando loro fama, celebrità e memoria soltanto dopo che erano stati sepolti.
In memoriam di entrambi.
Eppure i numeri sono importanti e vanno interpretati, proprio in quanto "sintomi rivelatori".
Ma bisogna spulciare tra le pieghe, per comprendere ciò che quei numeri ci dicono.
Soprattutto in un paese come l'Italia dove il potere, per sua tradizione strutturale, è sempre occulto, nascosto.
La verità del dato politico di una elezione consiste nella gestione e nella comprensione del risultato. E il risultato, qualunque esso sia (soltanto in apparenza un paradosso) non può che certificare ciò che è già stato deciso in precedenza, nelle sedi competenti. Chi gestisce e controlla i destini dei popoli e delle nazioni prende delle decisioni, a monte e in sede alta e privata, il cui fine è sempre lo stesso a seconda delle esigenze storiche del momento specifico: mantenere l'equilibrio sociale (momenti di pace) promuovere e affermare l'inizio di una rivolta e dello squilibrio sociale (momenti di grave turbolenza) tagliare i rami secchi promuovendo la novità (necessità di razionalizzazione) ecc.,ecc. Per coloro che gestiscono e manovrano le leve del potere costituito non esistono mai sorprese. Neppure per chi è informato.
Ciò che distingue le dittature dalle democrazie consiste semplicemente nel fatto che nelle dittature la formalità del potere è brutale, autoritario, primitivo, violento, arbitrario e impone con la forza il volere di pochi eletti.
Nelle democrazie, invece, le elite che gestiscono la società stabiliscono che sia necessaria, funzionale ed efficace la vittoria della formazione Partito Dei Pinchi Pallini -che ne rappresenta gli interessi- e la promuovono, la sostengono, la lanciano, la finanziano, portandola alla vittoria. Nel caso non vinca perchè gli elettori (può accadere) forniscono risposte irrazionali  (quindi impreviste e non pilotabili) non ha molta importanza: sono sempre in grado di attuare dei dispositivi ben congegnati (e legali) che consentono al Partito Dei Pinchi Pallini di governare anche nel caso ottenesse zero voti, o costruendo governi dove viene puntualmente violata la volontà degli elettori.
Quando ciò non si verifica, allora c'è la rottura traumatica, inattesa, e scoppia la rivoluzione violenta, che è violenta non perchè la gente sia violenta, ma perchè è inattesa, non prevista, non voluta, e l'elite che gestisce il potere (e i cordoni della borsa) si trova spiazzata, non è in grado di gestire il dilagare del malcontento. Quando si riprende, il più delle volte è troppo tardi: è stata sostituita da un'altra elite (il tutto spiegato splendidamente da una piece teatrale sublime di Jean Paul Sartre sul potere: "L'ingranaggio" del 1960, che ne spiega il meccanismo e il funzionamento).
Oggi si parla tanto di inciucio, parola orribile, che nell'immaginario collettivo indica una novità italiana: l'accordo sottobanco tra le forze politiche apparentemente d'opposizione per gestire insieme il potere.
In realtà non è una novità. Affatto.
Eppure, una novità (una e una sola) c'è: dopo anni di cecità e amnesia sociale collettiva, ci si accorge che in Italia esiste il cosiddetto "inciucio".
"L'essersi accorti che esiste" corrisponde alla grande novità di questi tempi.
L'evento non è per niente nuovo, dato che il suo primo atto costitutivo, formale, risale al 4 luglio del 1977, e da allora non è mai, proprio mai, assolutamente mai, cambiato neppure di una virgola.
L'appunto da fare, caso mai, consiste nella falsità della informazione che viene data e assorbita, cioè "la novità dell'inciucio"; essendo l'informazione falsa non può che produrre falsi e confusione, creati apposta dalla vecchia elite al potere che gestisce "l'inciucio" dal 1975, la quale sta facendo i salti mortali per impedire che si apra il portone, dove bussano con il pesante ariete, i membri della nuova elite che li vuole scaricare.
Il cosiddetto inciucio è una idea creativa delle elite del potere nelle società regredite e oligarchiche, per evitare o la rivoluzione standard (cambiamento violento, sanguinolento, doloroso e repentino) o la rivoluzione pacifica (cambiamento strutturale, modificazione, sostituzione della classe dirigente, compresi fortissimi cambiamenti nella stessa elite, con il pensionamento -o l'eliminazione fisica- di alcuni membri eccellenti sostituiti da altri nuovi membri eccellenti di cui nessuno saprà mai nulla ma non ha importanza).
Il fine dell'inciucio consiste nell'evitare le alterazioni degli equilibri storici. Se si va incontro a eventi traumatici, si fingono dei cambiamenti e (in Italia) si mette in atto "il gioco delle parti pirandelliano" che ha sempre funzionato abbastanza bene.
L'ultimo momento decisivo per l'Italia fu il biennio 1976/1977. Da allora in poi, solo fumo negli occhi.
L'elezione politica generale del 1976 aveva completamente stravolto i canoni tradizionali, nonostante non contenesse alcuna novità. Il 20 giugno 1975 40 milioni di elettori avevano votato, con una affluenza del 93,8%. La DC aveva ottenuto il 38,7% dei voti e 262 seggi alla camera; il PCI il 34,3% e 228 seggi; il PSI il 9,6% e 57 seggi più un'altra decina di partiti sia di destra che di sinistra nessuno dei quali superava il 5%.
La novità consisteva nel fatto che stava sorgendo una nuova poderosa elite, che con il senno di poi potremmo addirittura definire "illuminata" (mettiamoci come capofila Raul Gardini, tanto per capirsi) che era trasversale. Questa elite aveva raccolto il seme di Enrico Mattei e intendeva spingere l'Italia verso un poderoso avanzamento nazionale e internazionale. E lì iniziò la grande battaglia all'interno della DC e del PCI perchè le due elite si scontrarono: il cambiamento e la conservazione.
Il cambiamento (a destra) era rappresentato da chi voleva lo strappo dalla Cia e da Washington, mentre (a sinistra) da chi lo voleva dal KGB e da Mosca. Pericolosissimo per la finanza anglo-americana, per l'industria tedesca e francese, per la finanza araba, per gli interessi sovietici. Un'Italia autonoma e indipendente sarebbe diventata leader dell'Europa e del Mediterraneo gettando il pericolosissimo esempio e seme che era arrivato il momento di lanciare il nuovo mantra post-moderno:  "l'autodeterminazione dei popoli". Sarebbe stata la fine della guerra fredda e la denuncia degli accordi coloniali di Yalta.
Alla fine del 1976, l'Italia rappresentava il più avanzato, interessante, esplosivo e proverbiale laboratorio socio-politico dell'intero pianeta Terra. Eravamo (a detta di tutti) l'avanguardia culturale,  imbattibile punto di riferimento per ogni nazione occidentale.
Si scatenò un furibondo scontro all'interno delle elite. La vecchia guardia usò tutti i sistemi a disposizione e vinse, in una scia di sangue e di morti innocenti, nel giugno del 1977, l'ultimo e definitivo atto. In una bollente giornata (faceva un caldo infernale) la vecchia elite decise di consociare le proprie forze. Con una semplice comunicazione formale (che non provocò nessuna sorpresa e nessuna reazione, perchè appoggiata dall'intera stampa) aggirando la volontà degli elettori, formò "il primo storico governo delle larghe intese".
Consiglio ai giovani di andare su Google e pigiare il tasto "1977": troverete un elenco di stragi, bombe, assassini politici, giornalisti uccisi a pistolettate, donne stuprate per motivi politici, imprenditori sequestrati, una continua e quotidiana morìa. Poi, c'è scritto (senza dare spiegazione alcuna):
4 luglio - Italia: i partiti dell'arco costituzionale (DCPCIPSIPLIPSDI) ratificano un accordo sul programma di governo.

Di tale accordo a nessuno è mai stato riferito alcun particolare.

Ma la nuova elite non accettò "l'inciucio". Proprio per niente. Anzi. Iniziò una vera e propria guerra.
Che perse.
Il sequestro e il delitto di Aldo Moro avvenuto nel maggio del 1978 ratificò la vittoria della vecchia guardia.
La nuova elite arretrò sgomenta. Si ritrasse. Serrò le fila.
Lì, nel 1979, si inserì un nuovo e inatteso soggetto politico, una individualità di carattere molto forte, molto italiana, Bettino Craxi, che ebbe l'intuizione di porsi come punto di riferimento per la nuova elite, e inizialmente ci riuscì, facendosi poi invece risucchiare, maciullare, cooptare e infine distruggere quando non serviva più.
Il resto è storia recente ed è inutile parlarne.
Questa memoria serviva come premessa.

Serviva per riannodare il ricordo, pescare nei precedenti della tradizione, e ricordare che l'esito elettorale non ha alcun valore nominale: ciò che conta è l'uso politico che se ne fa. Soprattutto il sintomo che rivela.
Perchè nella lettura di quel sintomo è possibile comprendere la vera fisionomia della elite, chi sta vincendo, chi sta perdendo, quali cieli ci attendono. In ultima analisi: quale sarà il nostro destino.
Quando Bettino Craxi nella primavera del 1979 iniziò la fase finale della sua battaglia politica aveva davanti due giganti: la DC e il PCI. Contava allora con meno del 10% di voti. Nelle amministrative era grasso che colava se arrivava ogni tanto a strappare un magro comune anonimo e si attestava intorno a un 12% quando gli andava davvero molto bene. Eppure venne sospinto dalla nuova elite che vide una nuova opportunità. Nel 1975 l'Italia aveva una inflazione che viaggiava intorno al 20%, un insostenibile disavanzo pubblico, era la  quarta industria manifatturiera europea, la decima al mondo, la nona potenza. Sei anni dopo, l'inflazione era ridotta all'8%, il disavanzo contratto, l'Italia diventava la prima industria manifatturiera d'Europa, la quarta al mondo, e scalzava la Gran Bretagna diventando la quinta potenza sul pianeta Terra. Dal Giappone, dal Canada, dall'Olanda, dal Sudamerica, dall'Australia, dagli Usa, venivano tutti a investire in Italia. Lì, alla fine degli anni'70 avvenne (è una mia opinione personale che mi trova discorde con la vulgata generale) la vera trattativa Stato-Mafie gestita da Licio Gelli attraverso la P2 e dalla vecchia elite (DC Vaticano e PCI insieme) che guardavano con orrore e raccapriccio l'emergere di una nuova generazione di capi d'industria, di un nuovo modello avanzato dell'organizzazione della società laica, di una modalità autonoma e indipendente di intendere il Senso della collettività. Ed ebbero la diabolica abilità di innescare e innestare la pestilenza della corruttela e dell'inizio della presa di possesso del territorio da parte della criminalità organizzata, che subito contagiò il PSI, trasformandolo in ciò che sappiamo, consentendo alla vecchia elite di avviare la più falsa trasformazione che si sia mai verificata in Italia: quella del 1993, non a caso gestita dalla vecchia elite. Cioè il Nulla, visti i risultati pari a zero.
Se avesse vinto la nuova elite, centinaia di antiche famiglie appartenenti a oligarchie dinastiche decotte sarebbero scomparse nel vuoto della memoria storica, sostituite da nuove famiglie che avrebbero avuto il vantaggio di essere in preda all'esaltazione e all'esultazione dei neofiti, la cui ambizione dichiarata era: essere leader nel mondo.
E come è oggi la situazione in Italia?
La stessa identica elite del 1977 gestisce il potere economico, politico, sociale.
Con una differenza sostanziale: non esiste più la guerra fredda. Non è roba da poco.
E' sempre (attraverso Berlusconi e il PD) a disposizione di Washington e di Putin, con una diversità sostanziale che rende il momento molto interessante e peculiare: l'attuale de-industrializzazione e svendita del paese (operazione strategica geo-politica lanciata verso la sua fase finale, a tavolino, dal diabolico trio anti-nazionale Monti-Bersani-Berlusconi, tra il marzo del 2009 e il maggio 2013) non soltanto non porterà nessuna razionalizzazione, nessuna efficienza, nessun riassesto, nessun cambiamento, nessun progresso, ma sta procurando dei dolori (da effetto boomerang) all'intero quadro sociale, spingendo il paese verso una inevitabile radicalizzazione. E' già in atto (non ne danno informazioni ma la buona notizia è che c'è ed esiste) una aperta ribellione formale da parte di una potenziale nuova elite che vuole mandare in pensione le vecchie cariatidi non più funzionali al "Sistema Italia", consapevoli che, tra un giochetto e l'altro, porteranno il paese verso la miseria economica e l'implosione delle sue strutture portanti. Quindi anche alla loro rovina.
Non è ancora in grado di poter esprimere una nuova classe dirigente pronta ad assumere il comando delle operazioni, perchè la vastità di permeazione della vecchia classe è tale che "entrare dentro al sistema" adesso, è inutile. Praticamente è impossibile non esserne inquinati.
Ma il processo è già iniziato.
E' già in atto.
Si tratta di portare avanti prima una rivoluzione culturale individuale, e poi parentale, e poi gruppale, e poi comunale, e poi provinciale, e poi regionale, e infine collettiva nazionale, che consenta il definitivo pensionamento di una elite fatiscente il cui unico interesse consiste nel salvaguardare interessi personali avviluppati e sostenuti intorno a una idea perdente della società, dell'economia e del mondo.
I processi storici, una volta innescati, non si possono più fermare.
I risultati elettorali sono un chiaro sintomo rivelatore della situazione.
La grandiosa affermazione elettorale del M5s di febbraio è stato un evento fondamentale per avviare il primo passo necessario: smascherare i giochi stantii della vecchia elite e renderli palesi.
Così, poco a poco, è iniziato il cambiamento.
Anche nel 1972 accadeva che giovani industriali illuminati desiderosi di investire, creare lavoro, occupazione, e diffondere benessere per tutti, non sapessero  che la CIA si metteva d'accordo con i fascisti e con gli apparati dello stato per buttare bombe, e impedire all'Italia medioevale di entrare nella modernità evoluta. C'è voluto del tempo perchè capissero come stavano le cose: a questo, allora, servì ciò che si chiamava "contro-informazione".
Oggi, i tempi sono più accelerati. Ci vuole davvero poco, per un qualunque industriale italiano, comprendere che Letta-Alfano non sono in grado nè politicamente, nè caratterialmente, nè esistenzialmente, di produrre alcun risultato utile per la nazione. Non dico in 18 mesi, ma neppure in 18 anni.
La grandiosa affermazione dell'astensionismo è la dimostrazione che la gente non attribuisce più al concetto di delega di rappresentanza nessuna credibilità. Le persone hanno capito che i componenti dell'attuale classe politica dirigente sono tutti (nessuno escluso) squisitamente intercambiabili. Che al ministero della sanità ci vada Livia Turco o Beatrice Lorenzin è irrilevante per il cittadino che deve usufruire del servizio: entrambe lo renderanno inefficace per poter poi giustificare la necessità di dar via al programma di privatizzazione totale del servizio. E così via dicendo in ogni singola funzione.
Il risultato di Siena va letto come una notizia bellissima. Lo è.
E' il primo frutto della "glasnost italica".
E' stato eletto sindaco un funzionario di Monte dei Paschi di Siena.
E' davvero splendido.
Davanti all'alternativa "o falliamo oppure falliamo" la cittadinanza è stata ricattata: o votate per un funzionario della banca oppure martedì non vi rimane neppure un euro per andare ad acquistare un delizioso cannolo nella squisita pasticceria Nannini nella più bella piazza del mondo. E capisco il padre di famiglia che ha eseguito l'ordine. Lo comprendo. E' dolorosamente umano.
La novità è che oggi è dichiarato, lampante, limpido. Questa è la glasnost.
Sarebbe stato ben più tragico avere a Siena un sindaco che si presentava come un campione della cultura del diritto civico, ma aveva un contratto depositato in Svizzera di consulenza clandestina per la banca. Come avviene per l'intera classe politica dirigente italiana appartenente alla vecchia elite.
La trasparenza e la volontà di trasparenza comincia a diffondersi.
Nei pochi comuni dove il M5s si è presentato ha ottenuto un risultato elettorale penalizzante.
E' reale e comprensibile.
E' un movimento che ancora non è stato in grado di esprimere una nuova classe dirigente corposa.
Non si può pretendere da un poppante che faccia le tabelline.
Ma la crescita c'è e si sta manifestando in maniera molto veloce, e questo, naturalmente non viene diffuso.
Non c'è in termini numerici, ma in termini politici ed esistenziali.
E' già in atto un capillare processo di formazione che sta permeando il territorio nazionale e ha bisogno del tempo fisiologico per poter produrre risultati tangibili.
E quando parlo di risultati, non mi riferisco ai numeri, bensì ai fatti che interessano la collettività.
La Lega Nord è scomparsa dalla geografia politica della nazione.
Silvio Berlusconi ha perso in tutte le città dove ha fatto campagna elettorale.
Nei luoghi dove il PD ha vinto, i candidati  hanno avuto successo "nonostante il PD" (Deborah Serracchiani, regionali in Friuli) "Questa non è una vittoria di un partito ma della cittadinanza che vuole il cambiamento" (Ignazio Marino a Roma).
Non è roba da poco. Non è da sottovalutare.
Vedo i partiti decotti annaspare clamorosamente. Lo sanno che sono arrivati al capitolo finale.
Non verranno buttati giù dal popolo in rivolta come auspicano i livorosi vendicativi.
Nient'affatto.
Evaporeranno poco a poco, come è accaduto a Mario Monti.
"Negligenza, imperizia e irresponsabilità" questi sono i tre aggettivi usati dalla Corte dei Conti per definire l'attività del precedente governo.
Pensate che tutto ciò non sia arrivato a Bruxelles alle orecchie di chi conta?
Pensate, forse, che l'attuale governo sia migliore o diverso essendo composto dalle stesse identiche persone che hanno sostenuto il governo Monti?
E' soltanto una questione di tempo.
Chi opera nel territorio, e invece di dar retta a Floris, Vespa e amichetti vari, parla e incontra imprenditori, industriali, operatori economici, potrebbe tranquillamente dirvi che il paese davvero sta già cambiando e che una nuova classe dirigente, poco a poco,  ma a una velocità due anni fa impensabile, si sta affermando e sta già andando a confrontarsi, scontrarsi e battersi contro la vecchia elite ammuffita delle cariatidi attualmente al potere.
C'è da essere ottimisti.
Siamo appena all'alba della fine di quel regime fondato il 4 luglio del 1977, che è durato 36 anni.
Ma la gente non lo sapeva perchè questo paese non custodisce la memoria storica.
I segnali, i sintomi, le notizie, stanno sotto gli occhi di tutti.
C'è chi li vede.
E come sempre, c'è chi non vuole vedere nulla.

Chi vedrà vivrà.







lunedì 10 giugno 2013

Alemanno se ne va a casa. Berlusconi crolla dovunque. Comincia a spirare, lieve ma pungente, il vento della glasnost: è l'effetto M5s.

di Sergio Di Cori Modigliani


Meno male che non c'erano candidati del M5s a questi ballottaggi! Così è possibile scambiarsi delle opinioni politiche al riguardo senza essere costretti a schiumare affrontando tematiche e accuse deliranti.
E questa è la prima delle indicazioni che viene fuori e salta subito agli occhi: quando il M5s non è presente, all'improvviso, i professionisti dei media abbassano i toni, fanno domande e analisi perfino intelligenti, mettono in esecuzione il loro mestiere in modo normale e nessuno sembra in preda a una crisi isterica.
I candidati, indifferentemente del PD o del PDL, vengono giustamente presentati dai media, oggi, come persone normali che puntano ad amministrare alcune città e nessuno oserebbe mai proporre loro dei quiz surreali per tastare e testare subito, in diretta e in onda, la loro agguerrita competenza in materia fiscale, urbanistica, ecologica, costituzionale, pretendendo poi degli accurati dettagli sui loro trascorsi professionali con la richiesta di notizie specifiche a proposito del mezzo usato per raggiungere il seggio elettorale e lanciare un sondaggio immediato per stabilire quanto e se sia grave il fatto che a votare, il candidato Tizio ci è andato a piedi, in bicicletta, su una Smart o su l'ultimo modello di una Maserati biturbo.
Una elezione, quindi, normale.
Perde il PDL dovunque e non vince il PD, questo è il dato che conferma la tendenza nazionale in atto.
Stravince l'astensionismo perchè Berlusconi seguita ad andare inesorabilmente a picco e questo era per me già chiaro da qualche giorno (esultanza autentica -e lo dico sul serio- nel constatare una maturazione dell'opinione pubblica nazionale) dal momento in cui su Google, su facebook e sulla stragrande maggioranza dei siti online, nell'ultima settimana, non era partita la consueta raffica di fotografie scollacciate su Nicole Minetti con sondaggio a premi sulle sue misure fisiche. Finalmente, a nessuno glie ne importa più nulla, sono affari suoi, che se la veda con l'avvocato e con il giudice nel suo processo e buona fortuna. Perfino Belen Rodriguez (dati ufficiali della pubblicità) è crollata ai minimi del consenso guardone, a tal punto da aver convinto ben tre grandi aziende a scegliere di pagare la penale annullando il contratto pubblicitario che la vedeva come testimonial. La giovane donna (non saprei come definire la sua attività professionale, dato che mi sembra azzardato chiamarla attrice, conduttrice, cantante o non so cos'altro) è stata costretta a immettere sul mercato un nuovo e inedito film hard a luci rosse dove compare con il fidanzato sperando di riagguantare il consenso.
Il PD non vince, se non numericamente, perchè (Roma in testa) la maggior parte dei candidati sono persone della cosiddetta società civile che non vengono dall'apparato, che non sono stati imposti dalle segreterie nazionali, e in alcuni casi addirittura clamorosi (come a Treviso e Brescia) la direzione nazionale del PD non li ha neppure sostenuti in maniera adeguata dando per scontato che avrebbero perso contro la mummia del PDL, dato che  nessuno sapeva chi fossero e non erano stati benedetti nè da Letta, nè dalla Bindi, nè da Veltroni, nè da Bersani.
La mia opinione a caldo è che perde soprattutto l'antifascismo militante e l'anticomunismo militante.
E' la prima elezione amministrativa dal 1946 in cui si comprende che è finita la guerra civile.
"E' iniziato il dopoguerra con 67 anni di ritardo".
Esistono ancora gruppi locali minoritari che spingono per identificare Silvio Berlusconi in una icona del fascismo populista, appoggiato da vecchi caporioni mussoliniani; così come, a destra, esistono ancora vecchie cariatidi composte da marpioni manipolatori che urlano al diavolo cercando di convincere gli elettori del fatto che dietro la persona di un chirurgo come Ignazio Marino, in realtà si nasconda un comunista sovietico travestito che ha come obiettivo principale quello di distruggere il concetto di famiglia e bruciare i luoghi di culto.
Perde il Vaticano, o meglio perde la curia romana legata a Tarcisio Bertone, Ruini..
E già qui i professionisti mediatici hanno provveduto a stendere un velo di censura non raccontando lo spiegamento di truppe vaticane a Roma, con l'obbligo in tutte le parrocchie di diffondere le direttive a favore di Gianni Alemanno.
Rimane il dato.
Ignazio Marino è il primo sindaco laico, cultore dei diritti civili, a salire in Campidoglio.
Sia Rutelli che Veltroni, due minuti dopo che avevano annunciato, lo scorso decennio, la propria candidatura, si erano precipitati a chiudere noti compromessi con la curia romana per garantire loro l'immunità fiscale totale, l'egemonia nella gestione del turismo alberghiero dentro la cinta di Roma, benefici nella organizzazione e gestione dell'intero traffico relativo ai nuovi B&B, il controllo nel mercato dell'arte e nelle agenzie turistiche. Con loro, finì tutto nelle mani dell'opus dei.
La cacciata di Alemanno non è la "bocciatura di un fascista", questa sarebbe una lettura fuorviante.
E' il licenziamento di un amministratore che non ha fatto davvero nulla per la città, che non ha migliorato nessun aspetto della vita dei romani, che non ha razionalizzato nessun aspetto del servizio pubblico, che non ha migliorato il trasporto pubblico, che non ha rispettato l'ambiente, che non ha creato lavoro, che non ha prodotto occupazione, che non ha combattuto la presa di possesso -iniziata a metà degli anni'90- del territorio urbano metropolitana da parte della criminalità organizzata. Il fatto che fosse di destra è irrilevante.
Ha perso il voto dei suoi perchè ha dimostrato (nella migliore delle ipotesi) di essere lui stesso e/o di essere circondato, da inetti, da incompetenti e da persone prive della volontà di mettersi al servizio della collettività per allargare lo spettro del bene comune condiviso. Se fosse stato un ex fascista che faceva funzionare gli autobus, gli asili nido, i musei, e metteva i bastoni tra le ruote ai 456 conventi finti (in realtà sono alberghi camuffati) per dar lavoro ai commercianti romani, sarebbe stato votato dalla cittadinanza. Forse anche tutta.
Viene mandato a casa perchè è un incapace, l'ideologia non c'entra nulla.
Le ideologie sono morte. Per fortuna.
Le idee no. Per fortuna.
Ce n'è sempre più bisogno, di idee.
E il  PD fingerà di essere contento: non può fare altrimenti.
E' iniziato il dopoguerra.
Sta iniziando l'opera di smascheramento degli apparati, ormai, sequestrati da se stessi.
Esclusi i miopi cronici, i sordi, i mentecatti, e i faziosi asserpentati, il binario fascisti/comunisti non funziona più. Non dobbiamo più vedercela con i missili della Nato o con quelli del patto di Varsavia.

Questa è la ragione per cui, a costo di essere definito un talebano del M5s, avevo individuato subito nel dato elettorale delle amministrative, prima del ballottaggio, un ennesimo passo avanti per tutti noi, a riprova che il primo punto del programma del movimento "la trasparenza" era stato centrato: gli italiani si stanno innamorando della glasnost.

Gli italiani cominciano -grazie alla crisi che morde, aggredisce e ci sta portando alla deflagrazione imminente- a sposare la causa dell'efficienza, dell'efficacia, del pragmatismo. Hanno voglia di risultati, di fatti.

Questo, a istinto, è la mia lettura dei risultati.

Sui dati, come al solito, diranno tutti di aver vinto loro.

Delle cifre me ne frego.

Il mio ottimismo movimentista è sempre più vispo.

Siamo ancora all'aperitivo.