mercoledì 2 gennaio 2013

Quando la Cultura fa mercato. E' l'Italia che si muove.



di Sergio Di Cori Modigliani



L’augurio per il 2013 al mio paese.
Che cosa fare e dove operare.

La Cultura fa mercato e crea le condizioni per lo sviluppo economico di una nazione”.

Un’affermazione ovvia, che fino a qualche decennio fa, quantomeno in tutto l’emisfero occidentale, sarebbe stata considerata banale e rozzamente elementare.

Oggi, invece, in Italia è diverso.

E’ considerata una frase priva di Senso compiuto, sia teorico che pratico.
Molti non ne comprendono neppure il Significato.

Il successo –direi un vero e proprio trionfo- che ha ottenuto, negli ultimi venti anni, in Italia, l’ideologia iper-liberista mercatista si fonda sull’ abbattimento della “Cultura delle Imprese” (per sua natura anti-aristocratica) e la ricostituzione della  vecchia burocrazia imperiale al posto di quella efficiente manageriale, sullo spostamento dall’economia reale, ovvero la produzione di merci uniche e nazionali,  a una economia virtuale sorretta dalla finanza internazionale, disinvestendo quindi dall’innovazione, dalla ricerca e dallo sviluppo culturale. La classe politica si è prestata a questo gioco, mettendosi al servizio degli oligarchi e fornendo il servizio richiesto: i partiti politici si sono trasformati in aziende commerciali di gestione burocratica, sostituendosi alle aziende vere e proprie, costituendo un meccanismo capillare di finanziamento alle imprese attraverso la ricostituzione di un vero e proprio dispositivo di tradizione medioevale: le corporazioni rinascimentali gestite dalle antiche signorie, ovverossia, le fondazioni bancarie. I partiti si sono divisi i posti di comando nelle fondazioni e l’intero sistema industriale italiano ha finito per perdere la possibilità di esercitare alcuna forma di pressione sociale sulla politica, sulle istituzioni, sulla società civile, sullo Stato centrale, rinunciando alla propria funzione nella formazione dell’inconscio collettivo nazionale.  Ogni singola fondazione si è occupata di “globalizzare mentalmente” il paese omologandolo agli aspetti più deteriori del consumismo, abbassando quindi il livello della domanda collettiva per poter giustificare l’appiattimento dell’offerta proposta.  Essendo guidate da funzionari di partito che in parlamento guidavano il paese, hanno usufruito di continue sovvenzioni da parte dello Stato, restituendo una parte dei soldi in forma di tangente a favore di persone, personalità, enti, associazioni, gruppi, strutture, controllate dai partiti. E’ stata scelta questa forma di sussidio all’italiana, al posto del finanziamento alle aziende per sostenere il loro sviluppo. In tal modo è stato costruito, consapevolmente, un “incartamento” della struttura industriale della nazione che non si è più trovata nelle condizioni di poter essere in grado di produrre merci e prodotti. Le aziende italiane sussidiate dalle fondazioni bancarie/dai partiti/dallo Stato, sono diventate, in realtà, degli  “enti astratti”  delegati al trasferimento di  soldi alla società civile, abbattendo, in questo modo, l’identificazione “Lavoro = Valore”.
E’ nata così “l’imprenditoria italiana” della fine anni’90, una variante folle e surrealista, basata sulla rinuncia al concetto d’impresa, sull’annientamento della cultura d’impresa, sull’inesistenza della concorrenza, sull’inutilità dell’applicazione del concetto di merito e competenza tecnica, perché gran parte delle aziende si è trasformata in “mediatori di un continuo flusso di danaro” di cui i partiti diventavano garanti, con la totale complicità dei sindacati che si sono trasformati in gruppi oggettivi di conservazione di privilegi.
Nello stesso tempo è partito l’attacco alla Cultura, sostenendo anche che fosse inutile… In verità lo era diventata. Da potenza industriale variegata, ricca e policroma, autonoma e indipendente, l’Italia è diventata una gigantesca azienda nel settore terziario.
La struttura industriale italiana (potentissima e dotata di una sofisticata quanto invidiabile cultura) ha cominciato prima a pencolare verso la quantità invece che verso la qualità, e poi ad uniformarsi a concetti standard ideologizzati “nel nome del mercato” dove la concorrenza internazionale ha avuto gioco facile nel massacrare letteralmente la spina dorsale della nazione. “Deculturalizzando la redditività e la produttività” è stato poi un gioco da ragazzi far passare il principio quantitativo al posto di quello qualitativo; comprensibile e giusto per una nazione di 1 miliardo e mezzo di persone senza nessuna tradizione né cultura di mercato, come la Cina; completamente suicida per una nazione di 60 milioni di persone come l’Italia, che negli ultimi 1000 anni era sempre stata all’avanguardia nel produrre Cultura di mercato e quindi anche mercato della Cultura.

Fondamentale, in questo senso, l’opera egregia svolta da Silvio Berlusconi, la persona migliore per riuscire a guidare un processo generale di de-industrializzazione, non essendo lui né un imprenditore né tantomeno un industriale, ma un venditore di pubblicità e uno speculatore, quindi l’individuo migliore per dar vita a un processo generale e collettivo di “idiotizzazione”, ignoranza diffusa, investimento finanziario nella speculazione, caduta generalizzata di valori etici e di rispetto verso lo Stato di Diritto, in modo tale da poterne poi giustificare l’espoliazione sistematica. La Chiesa si è perfettamente inserita in questo trend approfittando di un’occasione unica e irripetibile: la possibilità di riagguantare la Storia, riportando il paese alla situazione precedente all’unità d’Italia, quando l’accesso all’istruzione e alla sanità passava soprattutto attraverso i loro centri di ricerca, le loro ottime università specializzate, i loro ospedali e le loro cliniche ben attrezzate. Ha perfettamente ragione Berlusconi nell’ammonire il Vaticano, come ha fatto dieci giorni fa,  ricordando loro “l’enorme generosità dei governi da me presieduti che non hanno mai dimenticato di servire la Chiesa aiutandola in ogni senso e in tutti i campi”. E’ andata proprio così. Ha perfettamente ragione.

La frase di Giulio Tremonti, nel maggio del 2011, “la Cultura, notoriamente non dà da mangiare neanche un panino” è una frase che se fosse stata pronunciata da un ministro dell’economia italiano nel 1983, avrebbe comportato immediatamente le sue dimissioni e un allontanamento dai vertici del suo partito, qualunque esso fosse. Una frase come quella, infatti, nel 1983, in un paese come il nostro, sarebbe stata interpretata come uno slogan delle brigate rosse, nel senso di un vero e proprio attacco al cuore pulsante dello Stato. Perché allora il “prodotto Italia”, ovvero la grande massa di merci italiane che si erano imposte nei decenni dovunque, portando la nazione dal 49esimo posto nel mondo, com’era nel 1945, alla quinta posizione come potenza industriale, com’era nel 1985, ruotava tutta intorno alla imbattibile “qualità culturale delle imprese nazionali”.  Valga per tutte la celeberrima frase di Doug Watson, famoso grande industriale americano, pronunciata alla fine degli anni’70, quando entrò furibondo alla riunione del consiglio di amministrazione della sua mega azienda californiana, accompagnato dai suoi assistenti che spingevano una piccola lavatrice -l’ultimo modello commercializzato dalla Zoppas- e dopo aver sgridato tutti e aver annunciato il licenziamento dell’intero management direttivo, diede un pugno sul tavolo e disse: “Ditemi voi come sia possibile che un piccolo paese di cantanti d’opera e di pizzettari sia in grado di fare una lavatrice così potente e così bella come questa, a un prezzo il 20% inferiore alla nostra migliore produzione?”.

Bisogna ripartire da lì.

Il 2013  inizia, in Italia, in piena campagna elettorale.
Il che vuol dire che almeno fino al 24 febbraio non si potrà parlare di nulla di sensato e utile perché saremo, inevitabilmente, oggetto di manipolazione, propaganda, continuo bombardamento mediatico e non. Ogni partito si affannerà a pedinare l’attualità cercando di agguantare il massimo di voti possibili, disponibili al più squallido trasformismo.
Ho letto i programmi di tutti i partiti e della maggior parte di movimenti e liste civiche rappresentati a livello nazionale. Non c’è nessuno che abbia mai menzionato (neppure tangenzialmente) il termine “cultura d’impresa” o “impresa della Cultura”; nei rari casi in cui termini analoghi sono stati impiegati erano inseriti all’interno di una frasetta demagogica perché qualche consulente media avrà ricordato al gruppo dirigente di dedicargli almeno mezza riga.
E’ come se questo paese avesse volontariamente scelto di eliminare la propria migliore e più succosa eredità e avesse deliberatamente scelto di non investire nella più facile e naturale delle vie da seguire: quella già battuta e dimostratasi nei decenni vincente.

Qualunque sia l’appartenenza ideologica degli italiani pensanti, non è realistico poter puntare a una ripresa e uscita dalla crisi se non si ritorna a coniugare la Cultura all’Impresa, come fece l’ingegnere Adriano Olivetti nel 1950 quando diede vita alla rivista “Civiltà delle macchine”, un fondamentale mensile dell’epoca dove si fecero le ossa Calvino, Moravia, Pasolini, Bertolucci, Parise, Morante, Piovene, Ginsburg, Pratolini, Ortese, dando poi vita a un intero settore culturale che sfociò in quella particolare e specifica corrente letteraria dei primi anni’60 che si chiamava “letteratura industriale” di cui Ottiero Ottieri fu il geniale interprete e ideatore, finanziato da Valentino Bompiani.

Senza la Cultura, la “Impresa Italia” non ce la farà a rimettersi in piedi, è bene che la Confindustria se lo metta bene in testa e che gli industriali e imprenditori lo capiscano.
Ma senza le imprese che finanziano gli intellettuali e la Cultura, non sarà possibile neppure rifondare la necessaria nuova classe di liberi intellettuali non più asserviti agli squallidi interessi di bottega dei partiti-azienda, è bene che la Confindustria se lo metta in testa; ed è bene che gli intellettuali e artisti comincino –a loro volta- ad avere il coraggio di voltar le spalle ai partiti-azienda e rivolgersi invece alle aziende e agli imprenditori in cerca di finanziamenti, committenze, per costruire le alleanze necessarie per ricostruire il paese.
E finalmente costruire insieme mercato, quindi lavoro, pertanto sviluppo.

Così era il paese quando funzionava. Sta nelle nostre corde. Sta nella nostra tradizione. Soprattutto appartiene al nostro dna culturale.
Ed è lì che bisogna andare a pescare.

Mentre pensavo a scrivere questo post, cercavo di pescare nella mia memoria un forte ricordo aneddotico da potervi offrire come bel viatico per l’anno che si apre. L’ho cercato nel 2012, e poi nel 2011 e sempre più indietro. Non riuscivo  a trovarli. Finalmente mi sono ricordato di un episodio di cui sono stato fortunatissimo e orgoglioso testimone, a metà degli anni’90, prima che l’attuale classe politica decidesse e scegliesse di gestire e pilotare il declino della nazione.
Vi regalo questa mia memoria biografica come passaporto d’augurio per il nostro futuro.

E’ avvenuto a New York, a Manhattan, dove allora risiedevo, nel mese di ottobre, in una giornata di splendido sole e di perfido freddo ventoso. Si celebrava in quei giorni la settimana della moda, in un momento molto particolare perché gli Usa avevano deciso di lanciare New York per far concorrenza a Milano, Parigi e Londra nel campo del pret a porter, degli accessori, del lancio dei trend di massa, nel tessile lavorato. Tra le mie varie attività, allora, c’era quella di editorialista di un bel settimanale edito dalla Rizzoli, “Il Mondo” dove curavo una rubrica di economia e finanza dalla costa occidentale americana. Una delle mie fonti principali era un funzionario dello stato, il responsabile a New York dell’Ice (Istituto per il Commercio con l’Estero) un funzionario di carriera, ormai vicino alla pensione, con 35 anni di carriera alle spalle, tutta costruita all’interno dell’apposito ministero, con promozioni ottenute grazie alla sua competenza, onestà, vastissima cultura del mondo industriale e una notevole intuizione dinamica. Ci eravamo messi d’accordo per una intervista in esclusiva, ma all’ultimo momento aveva rimandato di qualche giorno, e poi rimandato ancora. Pensavo che avesse deciso di non concedermela più, finchè un pomeriggio mi aveva telefonato e mi aveva detto: “Venga domattina nel mio ufficio alle 11.50, così le faccio vedere in esclusiva come entriamo alla grande nel mercato americano. Mi raccomando la puntualità. L’aspetto”. Mi aveva colpito la precisione dell’ora perché non mi risultava che alle 12 ci fosse nessun tipo d’appuntamento o scadenza. Il mattino dopo, siccome dovevo fare delle commissioni in diversi uffici che si trovavano dalle parti del consolato, decisi di uscire un paio d’ore prima per avviarmi verso quella zona. Uscii da casa senza aver letto prima i quotidiani. Mi incamminai a piedi pensando di prendere un taxi ma tutte le vie erano intasate e c’era un traffico impressionante. Mentre camminavo per il marciapiede, a un certo punto vedo uscire da un ricco condominio una donna impellicciata con una bandierina italiana in mano. Trovai il fatto curioso, ma non più di tanto, a New York succede di tutto. Dopo qualche metro vedo uscire da un altro portone due donne, probabilmente madre e figlia, anche loro con due bandierine italiane in mano. La cosa mi colpì. Decisi di lasciar perdere le mie commissioni e data l’impossibilità di muoversi nel traffico pensai di andare all’appuntamento a piedi. Ogni tanto, mentre mi avvicinavo al consolato mi capitava di incontrare delle persone che avevano in mano una bandierina italiana, ma non riuscivo a capire perché e dove stessero andando. Feci una scorciatoia e passai davanti all’ingresso dell’agenzia di modelle Tom Ford, la più famosa all’epoca. Davanti all’ingresso c’erano una decina di modelle vestite di tutto punto con una bandierina italiana in mano. Arrivai all’appuntamento con una decina di minuti di anticipo e il funzionario mi ricevette subito. “Venga venga, andiamo subito di corsa, mi segua, parliamo strada facendo”. Uscimmo dall’ufficio e ci incamminammo a piedi per una via laterale, dopo circa trecento metri entrammo in un edificio attraverso l’ingresso di servizio. Salimmo dentro un enorme montacarichi fino al quarto piano. Era un gigantesco loft, saranno stati almeno 1000 metri quadri, pieni di casse, alcune imballate, altre già aperte con degli impiegati che prendevano il contenuto e lo sistemavano su degli scaffali. Il funzionario mi spiegò che quello era il magazzino dell’Ice e quelle erano le merci delle diverse aziende italiane, suddivise per regioni, che avrebbero dovuto partecipare sia alle sfilate che alla fiera del tessile che si apriva di lì a venti giorni. Attraversammo l’ampio salone e arrivammo a una porticina in fondo, in ferro, una delle uscite di sicurezza. Il funzionario, prima di aprirla, prese un binocolo e me lo porse: “Questo è per lei, così può vedere i dettagli”. Uscimmo fuori, all’aperto, dava su un ballatoio anti incendio. Percorremmo la ringhiera e arrivammo su un piccolo balcone che dava sulla Fifth Avenue, la più importante arteria commerciale del mondo occidentale. Sotto c’era una enorme folla assiepata ai due lati della strada, migliaia  e migliaia di persone, soprattutto tante donne, e tantissimi fotografi, tutti con in mano una bandierina italiana che agitavano continuamente. Il funzionario controllò l’orologio e mi disse: “Tra cinque minuti passa”. Mi diede il binocolo per seguire meglio la scena. Guardavo in giro morendo dalla curiosità, perlustrando la folla. E finalmente arrivò il corteo, preceduto da una ventina di carabinieri a cavallo in alta portata, e dopo di loro una limousine decappottabile che procedeva a passo d’uomo tra due ali di folla. Non appena comparve la macchina la gente cominciò a urlare e applaudire. Accanto all’autista che guidava c’era una specie di quadro, con una vecchia cornice, ma il sole ci sbatteva sopra e non riuscivo a distinguere il disegno. Nel sedile di dietro c’erano tre persone. In piedi, con un fazzoletto in mano che sventolava salutando la folla, Luciano Pavarotti. Accanto a lui, seduto e impettito, immobile, Riccardo Muti. Sembrava una statua di sale. Dalla parte opposta, Franco Zeffirelli, accasciato su se stesso, che piangeva senza ritegno. La gente urlava e buttava fiori verso la limousine. Pavarotti li raccoglieva e li ributtava verso la folla. Una scena davvero incredibile. L’automobile attraversò tutta la via, lentamente, fino a Central Park. Un trionfo davvero impressionante. Il funzionario mi fece vedere il New York Times che non avevo ancora letto “Ha visto che roba? Così ci apriamo il mercato, e questa volta, vedrà faremo centro”. Sulla prima pagina –un fatto rarissimo e unico- c’era l’articolo del critico teatrale del giornale. Il titolo era “When Italians bring us to Paradise” (quando gli italiani ci portano in paradiso) ed era la recensione dell’anteprima, che si era svolta due sere prima al Metropolitan, della Turandot di Puccini, per la regia di Zeffirelli e la direzione musicale di Muti, con Pavarotti come tenore. Gli americani erano rimasti totalmente ipnotizzati dalla serata e dalla impressionante ricchezza della messa in scena, con centinaia di metri di tessuto, tutto fatto fare a mano, con dei costumi davvero splendidi. In città non si parlava d’altro. Il giorno dopo, guardando la fotografia sul giornale, mi resi conto che il quadro incorniciato messo accanto all’autista era una immagine del 1920 di Giacomo Puccini. Sull’onda dell’immediato passaparola, in poche ore, il funzionario era riuscito a organizzare questo corteo, facendo spendere al ministero una cifra -per il suo budget- spropositata, dato che aveva fatto chiudere al traffico due chilometri e aveva fatto pagare circa 300 modelle d’alta moda, davvero costose.
Una settimana dopo, il made in Italy, nel campo della moda, sfondava sul mercato di New York. Venti giorni dopo, alla locale fiera del tessile, l’Italia faceva il pieno conquistandosi il mercato nazionale e trascinandosi appresso anche l’industria del mobile e dell’arredamento da cucina di tutta la Regione Marche. In città non si parlava d’altro. Dovunque si andasse, a un vernissage, a parlare con un analista di borsa a Wall Street, con un gallerista, un’ attrice, in una libreria, si parlava soltanto dell’eleganza e del gusto degli italiani. Se uno diceva “io sono italiano” ci si sentiva dire “beato te, che grande fortuna”. L’Ice, nei successivi due mesi, riuscì a strappare commesse che diede lavoro, complessivamente, a circa 15000 nuove imprese dislocate in diverse regioni italiane, dalle passamanerie alle maioliche, dai divani alle cucine, dai jeans alle cravatte, dalle scarpe alle barche. Entrarono nel mercato gli sconosciuti  Cavalli, Dolce & Gabbana, Diesel, Tod’s, Bluemarine, e altri 200 marchi consolidati. Incontrai il funzionario di nuovo, un anno dopo, quando offrì una cena per festeggiare il suo pensionamento. Pieno di orgoglio mi disse che quella edizione della Turandot aveva fatto scattare un meccanismo che aveva prodotto un giro d’affari per le imprese italiane che rappresentavano il 7% del pil; tradotto in cifre odierne, parliamo di diverse decine di miliardi di euro.

E tutto ciò provocato da quattro artisti italiani, di cui uno morto più di 80 anni prima.  Un toscano, un emiliano e un pugliese.

E secondo Giulio Tremonti “la Cultura notoriamente non dà neppure un panino”.

Questo è il mio augurio per il 2013.

Vorrei sapere che a ottobre di quest’anno, da qualche parte del mondo, potrà accadere la stessa cosa.

Allora, vorrà dire che questa nazione ha ripreso il ruolo che le spetta.

Buon 2013 a tutti.

domenica 30 dicembre 2012

Finalmente provata l'esistenza del "Paradosso della Surrealtà": si trova nel cuore dell'Europa, sulle rive del Mar Baltico.



di Sergio Di Cori Modigliani


Questo è un post geo-politico molto particolare.
Sostiene una idea che, magari chi lo sa, può essere utile per comprendere alcuni misteri della situazione attuale europea. Per alcuni potrebbe trattarsi di un teatro fantascientifico, per altri di una ipotesi priva di valore. Prendetelo per ciò che è: una palestra ipotetica sulla quale riflettere e interrogarsi per cercare di comprendere.
Lo sapevate che Immanuel Kant è russo e non tedesco?
E anche lo scrittore e geniale pittore  E.T. Hoffman?
E anche la filosofa e scrittrice Hanna Arendt?
E’ ufficiale.
Se li riesumassimo dalle loro tombe, dovremmo notificargli il fatto che loro sono, a tutti gli effetti, russi e non tedeschi.
Una scoperta davvero sensazionale; sono i primi regalucci del post-Maya.
Quanti sono, a saperlo, in Europa?
Prima di dare al pubblico quella che io considero la più “sensazionale notizia” dell’intero 2012,  comunicata ufficialmente in data 27 dicembre 2012, senza che nell’intero continente europeo vi sia stata fatta menzione alcuna, è necessario introdurre una premessa.
“Come si fa a sapere in che cosa consiste ciò che non sappiamo?”
Sembra una domanda retorica, e invece è un quesito alla base della nuova realtà post-Maya.
Io, ad esempio, so con certezza di non sapere guidare un aereo, di non saper costruire un ponte, di non saper cucinare i soufflé di verdure di cui sono peraltro ghiotto. Ci sono tante tante altre cose che so di non sapere, come la maggior parte di tutti voi. Ma così come c’è un limite individuale alla conoscenza umana (nessuno –tranne Dio- è in grado di poter sapere tutto) c’è anche un limite alla non conoscenza. Tant’è vero che la maggioranza degli individui neppure sa (né, ahimè, se lo chiede) che cosa non sappia.  In verità è molto più grande e vasta la zona di “tutto ciò che non sappiamo senza sapere di non saperlo” paragonata a quella di tutto ciò che non sappiamo sapendo di non saperlo.
Anche senza essere né esperti né curiosi di fatti mafiosi, in quanto italiani, sappiamo che la mafia esiste e quindi –tanto per fare un esempio- sappiamo che di quei fatti, degli appalti, dei rapporti tra politici e mafiosi, dell’attività sul territorio dei poteri criminali, esiste un gigantesco scenario, tetro e sporco, di cui noi tutti siamo consapevoli di non sapere come funziona, chi sono e cosa hanno combinato; perché non abbiamo le informazioni, le prove, i dai certi. Diciamo che sappiamo con certezza di non sapere, e quindi, quando chiacchieriamo con un amico a cena, inevitabilmente diciamo “Mah! Caro mio, chi lo sa che cosa c’è sotto?”.
Ma come è possibile avere accesso a quella zona che rimane invece “inconoscibile”?
E’ la più importante in assoluto, perché lì alligna lo sporco clandestino.
La rivoluzione operata nel campo della comunicazione dalla novità del web consiste nel fatto che (per tantissime persone per la prima volta) c’è stata data la possibilità di toccare con mano –magari per errore o per pura casualità- di andare a sbattere da qualche parte dove abbiamo scoperto che esistono dei teatri di cui noi neppure immaginavamo l’esistenza, quindi non sapevamo di non sapere. Il web, agli inizi, è stata una portentosa e imbattibile rivoluzione proprio per questo motivo. Poi, poco a poco, il sistema oligarchico che gestisce la cupola mediatica ha capito che doveva garantirsi da questo pericolo e così ha costruito –con abilità- dei corridoi, dei binari, delle linee guida preconfezionate sulle quali far scorrere la cosiddetta informazione (comprese notizie “apparentemente” scomode) che garantiscono un flusso costante, continuo, e libero di date, dati, opinioni, flussi di pensiero, a condizione che non si corra il rischio di squarciare il velo su quella “zona nera” della vicenda umana, ovverossia: tutto ciò che noi non sappiamo di non sapere.
Dei cui contorni, poco a poco, e sempre di più, si comincia a delineare la forma.
Facciamo un esempio molto chiaro: tutti noi, sia chi viene da destra e chi viene da sinistra, consideriamo la vita italiana, dal punto di vista socio-politico, come un esercizio democratico che ha garantito il progresso nei decenni cambiando la società italiana, con qualche protesta a destra, qualche protesta a sinistra, ma tutti tronfi nel salvaguardare i principii della democrazia italiana. Ma se noi prendessimo (grazie a un marchingegno di alta bio-tecnologia fantascientifica, inventato questa mattina) le ossa di Michelangelo, Raffaello, Leonardo da Vinci, Lorenzo Bernini, li rimettessimo in vita e dessimo loro l’elenco del telefono, capiremmo che in Italia la democrazia non è mai davvero esistita “ma noi non sapevamo di non saperlo”. Tant’è vero che i nostri gloriosi predecessori (ai loro tempi frequentatori di quelli che allora contavano) si renderebbero conto che le famiglie e le dinastie dominanti del ‘400, ‘500, ‘600, ‘700 sono le stesse identiche di oggi. Le più importanti dieci famiglie di Firenze, Roma, Milano, Palermo, Messina, Napoli e Venezia, oggi, dicembre 2012, sono le stesse degli ultimi 500 anni. Non avrebbero nessun problema a rapportarsi con i discendenti dei loro amici, perché l’Italia è, tra le nazioni d’occidente, quella in cui nei secoli si è verificata la più bassa quantità e qualità di cambiamenti nella vita politico-sociale. Tutti i governi, pur nei loro distinguo, hanno provveduto a rappresentare per delega la conservazione dello status quo. I più abili sono stati coloro che sono riusciti a inventare la migliore finzione possibile. L’Italia, infatti, è l’unico paese in occidente nel quale non si è mai verificata una rivoluzione, una rivolta sociale, e nessun governo è mai stato abbattuto nella Storia dall’opposizione antagonista. Chi cade, in Italia, lo fa perché rimane vittima di un complotto dei propri associati più avveduti, i quali si “trasformano” in opposizione perché si sono già accordati con l’oligarchia al fine di modificare l’assetto, rappresentandola in maniera più efficace ed efficiente. I fascisti hanno abolito il fascismo, i comunisti hanno abbattuto il comunismo, i democristiani hanno spento la democrazia cristiana, e così via dicendo.
Monti, Bersani, Berlusconi, Vendola, e tutti gli altri, sono attori di una piece che è sempre stata la stessa; nessuno ci ha mai informato sulla qualità dei retroscena e sulla vera realtà della situazione, quindi non c’è alcuna possibilità di poter districarsi in un giuoco delle parti di cui noi ignoriamo la tessitura. Gran parte della classe intellettuale italiana ha svolto un ruolo importante nel provvedere a fare in modo che la gente non potesse neppure sospettare “ciò che non sa”.
I media italiani, e anche il nostro web, funziona quindi su questa linea.
Se infatti applichiamo la domanda relativa a “che cos’è che non sappiamo di non sapere” alla realtà dei media e soprattutto al mondo dell’informazione sul web, ci rendiamo conto che “il mito della rete” è, per l’appunto, una mitologia commerciale. La gente crede di trovare tutto, in rete. Chi lo sa, magari è anche vero. Ma se uno non è consapevole di ciò che non sa, non potrà trovarlo mai, perché non sa che cosa andare a cercare.
Negli ultimi eccezionali seminari della sua carriera di filosofo, il prof. Richard Rorty, in California, nei primi anni del nuovo millennio, incitava gli studenti a inerpicarsi nella meravigliosa e spaventevole salita di “tutto ciò che non sappiamo di non sapere” dando inizio a un diverso modo di porre le domande, spostando l’accento e quindi i quesiti, “uscendo dalla Storia intesa come gossip o come palestra investigativa” e cercando di aprire la propria mente nell’immaginare scenari (del passato) –tanto per fare un esempio- inconcepibili, addirittura opposti a quelli offerti dalla documentazione attuale disponibile. Come dire, abituarsi ad un ragionamento basato su paradossi.
E’ una tecnica che oggi, in Italia, in un paese anormale, dove c’è ormai la consapevolezza che viviamo in una Surrealtà del Paradosso, può essere davvero molto fruttuosa. La consiglio a tutti. E’ una delle pratiche della vita post-Maya. Invece di insistere nel chiedersi “ma perché hanno ucciso Aldo Moro?” sapendo di non sapere e quindi essendo consapevoli che si finirà comunque a sbattere contro un muro, optare per una scelta di domande di tipo diverso, magari cominciando a porsi delle domande assurde e all’apparenza prive di Senso, del tipo “ma perché non hanno ucciso Achille Occhetto nel 1993?”. La domanda, presentata qui nella sua forma bruta, appare come razionalmente idiota e anche stupida, del tutto insensata. Ma esiste una possibilità che possa condurre da qualche parte dove, magari, si finirebbe per avere accesso a una impensabile realtà documentata.
Non bisogna dimenticare come le oligarchie che gestiscono il potere planetario, da sempre, in ogni continente, nazione, etnia, gruppo, consorzio umano, non appena iniziano ad esercitare il potere su altri individui, la prima cosa che hanno sempre fatto sia stata quella di evitare l’accesso alla diffusione del sapere, ridurre al minimo possibile l’opportunità di sapere, imbrigliare i codici della realtà e fare in modo che si assottigli sempre di più lo spazio mentale che consente di chiedersi “che cosa c’è che non so?”.
L’istruzione e l’educazione, infatti, per millenni sono sempre state appannaggio degli individui che ruotavano intorno alle specifiche oligarchie, economiche, politiche, religiose. Così sono nate e si sono costituite le “caste”: coloro che sanno. I più abili manipolatori hanno provveduto, nei millenni, ad ammantare di una sacralità magica i depositari del sapere e della conoscenza. In Francia, ad esempio, il re era considerato un sovrano assoluto, illuminato direttamente da Dio Onnipotente, e come tale in grado anche di guarire. L’ultimo mercoledì del mese, il sovrano, a Versailles, riceveva i fortunati che avevano ottenuto l’accesso che avevano guai fisici o psicologici e con le sue mani sante li curava. O meglio, era ciò che loro credevano, oppure, se preferite, era ciò che lui faceva in modo che la gente credesse. Il che è uguale. Lui era il re, lui poteva.
E’ stato grazie alla geniale intuizione di monsieur de Voltaire, 300 anni fa, che si sono poste le basi per una evoluzione collettiva dello spirito umano, perché con la nascita del concetto di sapere enciclopedico, viene alla luce un concetto che si trasforma ben presto prima in metafora e poi in programma sociale riconosciuto. Viene riconosciuto il potere della conoscenza come chiave dell’esistenza ma ciò che più conta, viene riconosciuto il diritto e il dovere di ogni singolo individuo ad avere accesso al sapere, considerato un insostituibile passaporto verso la libertà.  Con questo approccio, Voltaire attribuisce alla “libertà” non più soltanto una valenza utopistica o retorica, perché non si ferma soltanto al “diritto come aspirazione” ma la coniuga insieme e parallelamente alla volontà individuale delle persone. Tradotto, vuol dire: “tu, cittadino, sappi che hai il diritto di sapere e devi combattere per l’affermazione di questo diritto, perché la conoscenza deve essere universale, ma sappi anche che tu devi sentire dentro di te la spinta della volontà di sapere; accanto al diritto c’è il dovere”.
Se uno non sa di non sapere, non potrà mai provare dentro di sé la voglia di sapere, quindi il proprio diritto rimarrà sempre monco, una formula vuota e inefficace. Vale soltanto se è accompagnato da una furibonda volontà interiore di aspirazione alla conoscenza. Da cui, il principio basico della cultura illuminista, tale per cui tutti devono aspirare alla libertà e alla conoscenza ma allo stesso tempo tutti devono sentire dentro di sé la voglia di volerlo fare, nel nome di un dovere che non può essere imposto dalla Legge, ma deve essere alimentato da una pulsione interna di carattere etico che trasforma l’essere umano in “cittadino”, ovvero in un soggetto individuale inserito all’interno della collettività. In questa società ideale, compito degli intellettuali consiste nel divulgare il poco o molto che sanno e soprattutto di diffondere il desiderio di sapere, perché essere avari vuol dire automaticamente sottrarre ad altri il loro diritto alla conoscenza.
Non è certo quindi un caso, né tantomeno una bislacca ossessione, il fatto che alla base delle politiche rigoriste dei teorici del liberismo mercatista ci sia sempre –come priorità immediata e assoluta- l’attacco all’istruzione pubblica, il taglio di ogni finanziamento alla cultura e l’affermazione del principio per cui la conoscenza e l’istruzione sono appannaggio di una cerchia sempre più ristretta di individui. Così sarà sempre più facile esercitare il potere sulle masse.
Negli anni’70 ci fu una poderosa quanto clamorosa svolta, in tutto l’occidente, perché la “voglia di sapere” divenne uno status sociale. L’elementare (apparentemente) argomentazione che Dario Fo e Franca Rame cominciarono a diffondere alla fine dei loro spettacoli teatrali, quando spiegavano al pubblico che “il padrone è tale soltanto perché sa mille parole più di voi” divenne un vero e proprio mantra collettivo, che contribuì a diffondere la “voglia di sapere”. Li si lasciava portandosi dietro la voglia di sapere, come pure dopo avere ascoltato Pasolini. Questa la motivazione che fu alla base dell’attribuzione del Nobel per la letteratura a Dario Fo, gli accademici svedesi sottolinearono proprio questo aspetto e fa da pendant al precedente nobel a Luigi Pirandello, il quale fu generosissimo con tutti noi quando ci spiegò che la caratteristica principale dell’essere umano consiste nel “gioco delle parti”  nell’indossare maschere utili a confondere, imbrigliando le coscienze.
Penso alla frase pronunciata da Henry Ford, imprenditore e banchiere, nel lontano 1936 e resa allora pubblica, anche se accreditata sotto la definizione “boutade snob di un aristocratico capriccioso”; la frase, riportata dal New York Times, recitava pressappoco così: “se il popolo americano sapesse che cosa noi davvero facciamo con le banche, prima dell’alba in Usa ci sarebbe la rivoluzione e noi tutti finiremmo appesi ai lampioni”.
Fu costretto a una decina di rettifiche balbettanti. Ma la sua frase passò alla Storia.
Da allora, l’intero mondo occidentale è vissuto senza che nessuno sollevasse la questione dei rapporti tra banche e stati. Fino al 2010.
Come mai? Semplice: nel 2010 il sistema si è inceppato. Si è rotto. Nello stesso identico modo in cui nel 1784 la Francia comincia ad andare economicamente a picco e quindi a nessuno importava più del fatto che il re fosse anche un mago guaritore, perché di lì a breve –come si è puntualmente verificato- non ci sarebbero più stati neppure i soldi per fare il pane.
Nel 2010 l’intero meccanismo di produzione e di complessa relazione tra stati, industrie, governi e imprenditori si è bloccato e ha mandato il pianeta in tilt. E’ saltato. Il fatto che non abbiano spiegato, con millimetrica esattezza, che cosa è accaduto non vuol dire che non si sia verificato. Tant’è vero che, da allora, si seguita a pompare denaro all’interno di un mondo finanziario che, essendo già esploso, ingurgita il contante (sia reale che virtuale) cercando di prendere tempo inutilmente. Ciò che conta davvero è che si sappia sempre meno ciò che sta accadendo; che si sappia ancora meno quali medicine e soluzioni estreme intendano trovare ma su un punto sono tutti d’accordo: “è assolutamente necessario fare in modo di diminuire drasticamente la diffusione di notizie, informazioni e cultura a livello di massa“ che tradotto vuol dire “la gente non deve sapere più un bel nulla, altrimenti non riusciamo a farcela”. E così, in ogni nazione, si organizzano e si gestiscono dei teatrini locali, la cui unica funzione consiste nel deviare l’attenzione dalla  vera posta in gioco: “controllo dell’energia, controllo delle fonti di energia e rapporti tra i produttori di energia e banche”. Il resto sono quisquilie, è soltanto pappa fritta inventata dalle mummie di un mondo che “di fatto” non esiste più.
E veniamo quindi alla notizia.
Potremmo definirla (a seconda del vostro gusto) geografica, antropologica, storica, burocratica. Come vi pare. L’aspetto interessante della notizia consiste nel fatto che tra i neonati del post-Maya questa notizia ha avuto un effetto bomba, spingendo i più diligenti e accorti a lunghe e complesse ricerche  che hanno portato alla luce un teatro davvero inedito. Il sottoscritto, ad esempio, non ne sapeva nulla. Faceva parte, per l’appunto, della serie “eventi che non sapevo di non sapere”. Alcuni osservatori, per lo più ex studenti di Rorty, nel cercare di analizzare la situazione attuale economico-politica, accorgendosi che finivano in trappole inestricabili, hanno optato per una scelta radicale: porsi domande da “mondo parallelo”. La frase base, frutto del delirio di un sociologo molto intelligente, fu la seguente: “Ma se la guerra fredda, alla fine del 1989, noi europei, in realtà, l’avessimo persa?”. Hanno cominciato a ragionare su questa paradossale e folle idea, si sono consultati e confrontati, hanno navigato in rete e il bello è che hanno scoperto dei curiosi teatri reali di cui ignoravano l’esistenza, come ad esempio, un gruppo di combattenti per i diritti civili nella zona tedesca del Mar Baltico che da decenni portava avanti una strana battaglia legale presso l’Onu, che ha trovato la sua definitiva consacrazione l’altro ieri.
Ecco la notizia secca: in data 27 dicembre 2012, il governo russo ha stabilito di abolire il nome della capitale della Prussia Orientale, Kaliningrad, attribuito da decreto legge firmato da Josif Stalin in data 15 settembre 1945,  restituendogli il nome storico di Konigsberg”.
Quando hanno saputo che i russi stavano compiendo un atto apparentemente soltanto burocratico, sono nate domande da veri neonati di geo-politica: “Ma la Prussia non appartiene alla Germania essendo una delle sue colonne storico-culturali da sempre?”   “Ma che cosa c’entra la Russia con la Prussia?”; e ancora “E perché gli restituiscono il nome?” oppure “Ma che senso ha un nome tedesco per una città che si trova in territorio russo?” e infine “Ma quando è crollato l’impero sovietico, l’Urss non aveva restituito le zone invase dando la libertà e l’indipendenza alle singole nazioni?”.
Voi mi direte: ma che ci importa, oggi?
Lo capirete da voi, dopo aver letto la questione, perché da lì è nato l’euro.
Tutto è iniziato nel lontano 1945, durante la conferenza di Yalta, sul Mar Nero.
I tre statisti che avevano vinto la guerra, Roosevelt, Stalin e Churchill, decisero le modalità con le quali si sarebbero spartiti il mondo. Oggi, ci aggiungeremmo “senza aver chiesto l’opinione a nessuno”. Allora, era diverso. Si dava per scontato che l’opinione pubblica non contasse nulla e l’opinione dei popoli era irrilevante. L’Urss si aggiudicò l’intera Europa Orientale, mantenendo “ufficialmente” gli stati, i quali divennero, in pratica, protettorati colonizzati dell’impero russo. Si raggiunse un accordo per la spartizione in due blocchi contrapposti della Germania e si posero le basi per la nascita della DDR, la Germania dell’est. Pochi mesi dopo, alla fine di agosto, mentre il mondo occidentale era tutto preso, da una parte, dall’allegria per la fine della guerra e dall’altra dall’impressione suscitata dal lancio delle bombe atomiche sul Giappone, Josif Stalin approfittò della situazione e decise di annettersi –con un semplice editto- la Prussia Orientale. Nella sua capitale, la celeberrima Konigsberg, abitavano allora circa 310.000 persone, per lo più di lingua tedesca, con una minoranza di lingua russa e lettone, che erano emigranti in cerca di lavoro. Una volta acquisita la Prussia come dominio sovietico, venne cambiato il nome alla città che diventò Kaliningrad. Stalin fece deportare i 275.700 abitanti tedeschi, riducendo la popolazione a 30 mila abitanti. I deportati svanirono nel nulla. Nessuno ha mai saputo che fine avessero fatto, dove fossero stati portati. Ufficialmente non sono morti, sono “evaporati”. La Germania era allora rasa al suolo e annichilita dalla sua auto-distruzione; non era in grado di poter dire nulla non avendo neppure né un governo né una amministrazione pubblica né a nessuno importava alcunché della sorte di cittadini tedeschi. Ma i teutonici, com’è noto, sono una etnia ossessionata dalla certificazione minuziosa degli eventi. Scrivono sempre tutto, da bravi ragionieri, classificando ogni evento. E così fecero anche allora, nel corso della deportazione che durò ben due anni. Tutta la documentazione è finita nell’archivio storico Immanuel Kant dell’università locale.
Ogni tanto, nei decenni successivi, diversi storici chiesero ragguagli in merito e le risposte ufficiali sono sempre state sempre le stesse: “Sulla base di specifici accordi internazionali intercorsi tra le potenze e riconosciuti negli anni successivi anche dall’Onu è stato stabilito che gli archivi rimarranno segreti fino al 30 giugno 2045”. Quindi non c’è mai stata nessuna possibilità di sapere che fine avessero fatto quei 275.700 abitanti. I restanti 30 mila divennero cittadini russi di lingua russa a tutti gli effetti.
Nel gennaio del 1990, le stesse identiche potenze si incontrarono per stabilire le modalità geografico-politico-economiche nel gestire la riunificazione della Germania, nonché la certificazione dell’acquisita indipendenza degli stati fino a pochi mesi prima membri di quell’Urss che era stata dichiarata “dissolta”. Con una differenza: questa volta partecipavano anche nazioni come l’Italia, la Spagna, l’Irlanda, l’Olanda, il Belgio, perché la decisione era europea. Va  da sé che Usa, Gran Bretagna e Francia facevano la parte dei padroni, ma la situazione era molto ma molto diversa da quella del 1945. L’Italia e la Germania, infatti, nel frattempo erano diventate delle fondamentali potenze economiche, così come era indubbio il contributo dato da entrambe nella vittoriosa lotta contro il comunismo imperialista sovietico, quindi avevano voce in capitolo e questa volta “in teoria” risultavano dalla parte dei vincitori. Ma sorsero immediatamente dei problemi, che ben presto divennero ostacoli giganteschi arrivando al punto di provocare una situazione di stallo molto pericoloso. La Germania, infatti, dava per scontato che le sarebbe stata restituita la Prussia, definita dall’allora rappresentante diplomatico teutonico “il nostro antico cuore pulsante culturale” mentre la Russia (la delegazione era capeggiata dal responsabile centrale del KGB, Vladimir Putin) si rifiutò sostenendo che era ormai territorio russo a tutti gli effetti. La ex Prussia, sostennero i russi, non era “parte dell’Urss, come la Georgia o l’Ucraina o la Moldavia, bensì parte integrante del territorio russo da sempre”. I tedeschi, sgomenti dinanzi a questa alterazione degli eventi storici, si impuntarono, al punto tale da provocare delle laceranti frizioni (di cui a tutt’oggi nessuno ci ha mai raccontato nulla) tra la Germania e la Russia, talmente forti, da far pensare addirittura all’impensabile rischio di una guerra, evitata soltanto per il fatto che la Germania non aveva un esercito, essendo sotto il controllo della Nato. Quattro tra i responsabili della delegazione tedesca (uno dei quali aveva dichiarato “ma noi siamo disposti anche a morire per la Prussia, è la nostra antica terra”) vennero sostituiti con altri quattro, provenienti dalla Germania dell’est. Lo scontro andò avanti per diversi mesi e il più importante tra i rappresentanti italiani, Romano Prodi (la voce ufficiale era Gianni De Michelis)  si schierò con la delegazione russa, mentre inglesi e francesi sostenevano i tedeschi, i quali, dal canto loro, fecero tali pressioni sugli americani e sul comando generale della Nato da convincerli alla fine ad appoggiarli. Ma alla fine arrivò il perentorio ricatto dei russi che considerarono la richiesta tedesca un vero e proprio affronto alla loro sovranità: se fossero stati costretti a restituire la Prussia Orientale, allora avrebbero chiuso il rubinetto del gas e del petrolio provocando una devastante crisi finanziario-energetica nel cuore dell’Europa. E così, la Germania fu costretta a cedere. Secondo alcuni storici (chiamiamoli così, tanto per capirci “storici post-maya”) questo evento spinse l’accelerazione e il lancio dell’euro nonché la guerra in Iraq, “inventata” da inglesi e tedeschi insieme. I tedeschi, infatti, nell’aprile del 1990 si resero conto che le cose si stavano mettendo in maniera molto diversa dalle previsioni perché la sconfitta dell’Urss non comportava una vittoria dell’Europa Occidentale, bensì un gigantesco costo economico e una sottomissione agli interessi russi, con un inatteso disinteresse degli Usa che -.nella nuova Russia- trovava un grande alleato con il comune obiettivo di lanciare la globalizzazione delle merci. E così la Germania rinuncia a riavere la Prussia Orientale e poco a poco, all’interno dell’amministrazione tedesca, cominciano a farsi largo funzionari provenienti dalla Germania dell’est. Ma uno sparuto gruppo di tedeschi, eredi sopravissuti nonché residenti nella prestigiosa Konigsberg, iniziano una lotta ventennale per restituire alla città il proprio nome autentico, verosimilmente per ripartire da lì verso una successiva richiesta di autonomia e di secessione dal territorio russo nei prossimi anni. Alla fine, per il momento, ci sono riusciti.
Quantomeno per ciò che riguarda il nome.
Apparentemente sembrano questioni puramente formali, di piccineria nazionalistica.
Si tratta, invece, di una questione ben più complessa, non a caso divenuta il cavallo di battaglia del programma dei verdi tedeschi in funzione anti-Merkel (principale alleato, insieme a tutti i governi italiani dal 1993 a oggi, del mondo voluto da Vladimir Putin).
E così, ci ritroviamo il 30 dicembre del 2012 con una città in Prussia che in realtà è in territorio russo, dentro l'Europa, tra la Lituania e la Polonia, sul Mar Baltico, il cui nome russo viene cancellato per rifondare quello originale tedesco. E così Konigsberg finisce per essere una provincia della Grande Madre Russia e se un tedesco vuole andare a visitarla deve munirsi di passaporto e visto.
E nessuno si è mai interrogato, pubblicamente, sulla annosa vicenda, ancora aperta.
E’ il trionfo ufficiale del Paradosso della Surrealtà che qui trova il suo apogeo.
Mi fermo qui. Per il 2012 credo davvero che basti.
Ho scelto questo esempio illuminante perché ciò che mi premeva era condividere con voi l’introduzione di un nuovo concetto che –se applicato con innocente semplicità- potrebbe tornare utile nel 2013

Vi ringrazio a tutti per l’attenzione e l’interesse manifestato nel 2012
Vi auguro con il cuore di poter brindare con chi davvero vi vuole bene, è l’unica cosa che di sicuro conta. Certificata.
Per tutto il resto, come ci suggerisce la pubblicità, ci sono le banche.
E le liste civiche di chi le odia e di chi le ama.
Tanto vale, almeno a capodanno, riderci sopra un po’.

Ben arrivato 2013.

mercoledì 26 dicembre 2012

Ingenuamente autentica, si snocciola la nuova realtà della vita post-Maya

di Sergio Di Cori Modigliani


Come va la vita nel post-Maya?

Forse è ancora un po’ presto per rendersene conto, dopotutto è iniziata soltanto cinque giorni fa.  

Ma in giro per il mondo già si manifestano i primi validi esempi.
Proprio per evitare qualsivoglia rischio, i nostro baldi oligarchi hanno provveduto a creare l’ennesima illusione da circo per ipnotizzare l’intera nazione  –tra l’altro riuscendoci alla perfezione - e quindi garantirsi del fatto che in Italia non ci sarebbe stato alcun rischio né di notizie né di contagio psicologico né, meno che meno, l’insorgere di un meccanismo collettivo di emulazione. E così la vita prosegue nel pre-Maya. A questo serve la cupola mediatica. E ci aggiungerei, (per quanto riguarda l’Italia) a questo servono i siti cosiddetti indipendenti, molti quotidiani on-line, facebook, vari bloggers, che ormai sono diventati (più o   meno inconsapevolmente) la copia conforme del mainstream, naturalmente presentato come alternativa. Ciò che conta è che si parli di Monti, se si presenta, se non si presenta, perché si è presentato, perché non si è presentato; con l’aggiunta di opinioni a fiumi su chi lo appoggia, chi lo contrasta, chi lo vuole, chi non lo vuole, che cosa farà, che cosa dirà, come e quando e perchè, ecc.

Il fascino della vita post-Maya, invece, consiste nell’essere completamente fuori da questo meccanismo, osservandolo a una certa distanza, con lo stesso gusto iconico con il quale si guarda alla tivvù una pimpante commedia in bianco e nero di Fritz Lang del 1936. Cercano di arginare la valanga e fanno ciò che possono, poveretti, bisogna anche capirli. Si sa che è solo una questione di tempo, poco a poco, l’onda si estenderà e dilagherà.
Così come è sempre avvenuto nella storia dell’umanità.
I grandi cambiamenti, infatti, gli stravolgimenti epocali, la fondazione di nuove civiltà, non è avvenuta in un colpo secco, né tantomeno i protagonisti e i partecipanti si rendevano conto di ciò che stavano facendo: loro semplicemente erano. Gli storici e i posteri hanno attribuito  valenze specifiche per riuscire a collocare nel tempo e nello spazio i “grandiosi salti epocali di coscienza collettiva” e quindi poterne parlare e descrivere lo sviluppo per comprenderne il Senso e l’Origine. Non è che 3200 anni fa, quando, in seguito a una spaventosa e inattesa gelata che aveva prodotto un perfido inverno, dei pastori scandinavi scelsero di emigrare verso sud e, attraverso perigli e contrattempi, finalmente arrivarono in una dolce, solitaria, accogliente terra ricca di ogni dono naturale, non è che una volta arrivati si presentarono ai rari pastori locali dicendo loro “salve, eccoci qui, noi siamo gli antichi greci, siamo venuti da lontano per tirar su una civiltà fantastica”. Arrivarono lì, si stanziarono al calduccio e la felicità della “sorprendente novità esistenziale” fu talmente grandiosa, così stimolante, così diversa e armonica, da gettare i semi di una nuova comunità alla quale noi abbiamo dato uno specifico nome identificandola nel tempo, nello spazio, nella Storia.

Diciamo che la vita nel post-Maya, iniziata il 21 dicembre 2012 (tanto per capirsi) è simile alla scelta di quei coraggiosi scandinavi di un tempo che –a differenza di chi scelse di non emigrare e rimase travolto dalla gelata- si assunsero la responsabilità di una scelta estrema che fu, allora, uno spaventoso salto nel vuoto, una vera e propria follia, motivata e prodotta da quel meraviglioso meccanismo bio-psichico della specie umana che unisce l’istinto di sopravvivenza alla propria eterna aspirazione ad una evoluzione collettiva. .

Se noi lo immaginiamo con i nostri occhi di oggi, ci appare come una avventura incredibile. Senza antibiotici, senza cibo, senza soldi, senza nulla, un gruppo di persone cammina per circa 2500 chilometri alla ricerca di un posto dove valga la pena di vivere una vita decente, in tranquillità, affrontando ostacoli davvero insormontabili.

L’Europa è nata così.

E in quel loro linguaggio nuovo nato dalla sintesi e dalla commistione di un antico dialetto scandinavo e della lingua fenicia, scelsero di definire quell’immenso territorio che andava dalla terra dei loro avi (la penisola scandinava) fino al ritrovato Eden (la fertile pianura della Grecia meridionale) passando attraverso tutti i territori che avevano attraversato, con il termine “Europa” che, nella loro lingua arcaica, voleva dire “ampie vedute, orizzonte largo, visione totale, vasto raggio, comunità costruita sul bene comune”.

L’Europa è nata così. Questo è il Senso etimologico del nostro continente. Da lì noi veniamo.

Ed è l’Europa che vogliono e alla quale aspirano i cittadini entrati nel post-Maya.

Splendidi esempi ci hanno annunciato un Natale “diverso”, nel mondo globalizzato occidentale, le manifestazioni dei primi vagiti della nuova era, nata dall’abbattimento e dal superamento di quella precedente, i cui echi si protrarranno ancora a lungo, ma molto molto di meno di quanto non si voglia far pensare.

E’ accaduto in diversi posti: in Grecia, in Portogallo, in Irlanda, in Gran Bretagna, in Argentina, in Brasile, negli Usa.

In Grecia, dove dei giovani disoccupati sono riusciti –a costo zero- a mettere su un circuito che si è collegato con agenzie di ricchi collezionisti d’arte antica e hanno organizzato delle piccole aste locali in cui i gestori della Chiesa greca ortodossa hanno deciso e scelto di mettere in vendita, al miglior offerente, delle antiche reliquie provenienti dal loro patrimonio. Il danaro ricavato è stato distribuito presso le persone più anziane e disagiate che, in conseguenza del rigore applicato dalla BCE, non hanno più accesso alla sanità pubblica. Hanno salvato delle vite.

In Portogallo, ad Oporto, le 152 aziende che hanno ottenuto in borsa nell’arco del 2012 un grande profitto, grazie soprattutto ai soldi avuti dalla BCE per le banche locali, hanno destinato –tutte insieme- la cifra di 20 milioni di euro per distribuire pesce fresco alla parte più indigente della popolazione, nel nome dell’amor cristiano.

In Irlanda, proprio alla vigilia di Natale (la decisione è arrivata il 23 dicembre) il parlamento ha risolto un nodo considerato “irrisolvibile” da tutti, provocato dalla scelta politica del più importante partito d’opposizione, il Sinn Feinn, organizzazione politica che fino a venti anni fa sosteneva il terrorismo dell’Irish Republican Army e che seguita a essere fortemente radicato nel territorio. Questo partito ha organizzato lo “sciopero dell’Imu”. I cittadini irlandesi, infatti, dopo aver votato la loro legge di stabilità imposta dalla BCE si sono rifiutati di pagare l’Imu in massa. Con la caratteristica e coraggiosa sfrontatezza della loro etnia hanno scelto pubblicamente di non pagare “perché lo consideriamo un sacrificio insostenibile e inaccettabile”, appoggiati dalla chiesa cattolica irlandese. I commissari della troika si erano precipitati a Dublino con la bava alla bocca alla fine di ottobre ma a braccio di ferro hanno vinto gli irlandesi. La Bce ha ceduto. La Banca centrale europea si è fatta carico del mancato pagamento attraverso un’elucubrata manovra finanziaria contabile per cui parte dei soldi regalati a pioggia alle banche irlandesi sono state conteggiate come “anticipo di pagamento tassa Imu” da parte di soggetti più disagiati, i quali avranno la possibilità legale di pagare la tassa in dodici rate mensili senza alcun interesse aggiunto e, nel caso risultino disoccupati o sfrattati o disagiati, saranno le banche a pagare a loro nome con l’accordo che i soldi verranno restituiti alle banche nella percentuale del “quinto di stipendio” di detrazione ma soltanto quando e se avranno trovato un lavoro.

In Gran Bretagna sono avvenute scene che la cronografia storica locale mediatica ha scelto di attribuire alla vanità del delirio narcisista. Nella contea del Devonshire, un Lord, di sua totale iniziativa, ha dato incarico al suo contabile di mettere a disposizione la cifra di 1 milione di sterline del suo patrimonio personale da suddividere in banconote da 100 sterline a favore di 10.000 persone iscritte alla lista di collocamento nella sua contea. L’evento, pubblicizzato alla fine di novembre, ha colpito nel vivo l’orgoglio di una sua  cugina di secondo grado, una specie di svampita che ha una trasmissione televisiva di culinaria & gossip, la quale per non essere da meno ha fatto la stessa cosa per due milioni di sterline. Del fatto se n’era parlato in Gran Bretagna contagiando la fantasia e l’immaginazione di due noti personaggi dello sport miliardario, Sir Alex Ferguson e il nostro emigrante di lusso Roberto Mancini, rispettivamente allenatori del Manchester United e del Manchester City, i quali hanno convinto i loro rispettivi miliardari datori di lavoro a mettere a disposizione come regalo un completo sportivo, maglietta, calzoncini, calzettoni e scarpette, per un controvalore di 10 milioni di sterline, da regalare a 10.000 bambini di età tra i 6 e i 16 anni figli di famiglie disagiate nella città di Manchester che vive di calcio. Hanno anche trovato gli sponsor. E’ stato uno splendido Natale per tanti bimbi poveri inglesi.
Perché la Juventus, il Milan, l’Inter, la Roma, la Lazio, il Napoli e la Fiorentina (le magnifiche sette del nostro calcio) non hanno fatto la stessa cosa?

In Sudamerica, diversi esempi di “esistenza post-Maya”.
La nostra cupola mediatica (al 100% pre-Maya) e diversi siti e bloggers nostrani hanno abbondantemente raccontato come in Argentina si siano verificati gli assalti ai supermercati da parte di gente affamata, esattamente come nel 2001, poco prima che il paese  andasse in default. La notizia è vera e falsa allo stesso tempo.
E’ vero che c’è stato l’attacco ai supermercati. Ma non si tratta di gente affamata. Quando uno ha fame e attacca un supermercato, si getta sulla carne, la frutta, il formaggio. Quando non c’è da mangiare, quello è oro. Come era accaduto nel 2001.
In questa circostanza, invece, nella totalità dei casi, le persone hanno attraversato la zona cibo riversandosi nella sezione elettronica e arraffando tablets, cellulari e televisori al plasma giganti. Ci sono stati centinaia di feriti e addirittura due morti in seguito all’intervento delle forze dell’ordine. Circa 300 arresti. In 42 casi c’è stata la confessione da parte degli arrestati, i quali hanno raccontato di essere stati abbondantemente pagati per provocare una simile situazione. L’evento, quindi, si è trasferito e si è inserito all’interno della furibonda lotta politica argentina tra chi appoggia le manovre politiche keynesiane della Kirchner e chi, invece, sostiene le decisioni del fondo monetario internazionale che vuole imporre rigore ed austerità imponendo all’Argentina tagli alla istruzione pubblica e alla sanità. Il dibattito natalizio, quindi, si è spostato (come voleva Christine Lagarde) su questi episodi definiti in Europa “un chiaro segnale del fatto che il governo ha perso il controllo sociale della nazione”. Poca attenzione, o nulla,  è stata riservata invece alla iniziativa (che venne lanciata già nel 2009) da parte di un gruppo di ricche donne autonome cattoliche, le quali hanno caricato i loro suv di quintali di farina, frutta, carne, verdura e sono andate nei quartieri più poveri e nei paesi più degradati, dove hanno allestito delle gigantesche cucine da campo cucinando per tutta la giornata centinaia di migliaia di pasti messi a disposizione per i ceti più disagiati, al grido di “il Salvatore vuole che almeno oggi tutti mangino alla grande”. Grazie al fatto che lì è estate, c’è stata una gigantesca proliferazione di “natali in piazza” che si è esteso anche in Cile, Uruguay e Brasile per trascorrere la festa natalizia insieme agli altri. Per lo più, i cattolici sudamericani più danarosi hanno scelto quest’anno di celebrare il natale mangiando e ballando per le strade insieme a quelli meno fortunati.
Perché in Italia a nessuno è venuto in mente di organizzare una cosa del genere, dato che nella nostra repubblica (pre-Maya) i dati statistici ci hanno segnalato che ben 8 milioni di persone, pari all’11,7% della popolazione (la più alta d’Europa) a Natale non avevano nulla da mangiare, mentre su facebook la ricorrente lamentela di ieri e oggi ruotava intorno al  problema dei chili di troppo dovuti all’eccesiva quantità di cibo ingurgitato?

In California, ovverossia a 20 mila chilometri più a nord, si è verificata la stessa esperienza lanciata l’anno scorso, ma in maniera molto più vasta e massiva. La società Mattel (proprietaria e produttrice delle bambole Barbie) ha comunicato di aver ricevuto da anonimi residenti locali la cifra di 500 mila dollari per impacchettare e regalare Barbie alle bambine figlie di persone iscritte alla lista dei disoccupati. La stessa cosa è avvenuta per la Lego che produce scatole di montaggio per bambini. Non solo. C’è stato il versamento da parte di anonimi, gestiti dal PTA californiano (associazione che raduna genitori e maestri delle elementari) per dare un solido contributo a 55 piccole case editrici indipendenti, che producono materiale cartaceo, a rischio di chiusura, per stampare decine di migliaia di copie di libri per l’infanzia. Una bella notizia per noi italiani consiste nel fatto che bestseller risulta l’edizione bilingue (spagnolo e inglese) di Pinocchio.

Tutto ciò ( e chissà quanto altro ancora che il sottoscritto ignora e di cui non ci riferiscono) appartiene alla creatività della nuova era post-Maya. Sono piccole iniziative sparpagliate, prive di riconosciuta valenza politica, totalmente avulse da qualunque forma di gestione partitica, frutto di idee, progetti individuali, scelte esistenziali, sicuramente non sufficienti ma necessari per l’avvio e l’alimento di una rivoluzione esistenziale e culturale.
Le idee, i progetti, le innovazioni, le soluzioni, sono la caratteristica della vita post-Maya.

Nella vita pre-Maya, invece, bisogna seguire le vicende di una ristretta, sempre più ristretta pattuglia di persone che vuol fare tutto ciò che è possibile per impedire di smuovere anche di un millimetro l’attuale status quo, in modo tale da seguitare a garantirsi il perpetrare della logica delle dinastie aristocratiche, mascherata da democrazia rappresentativa.

E’ una maschera, per l’appunto.

La coppia post-Maya, che mentre cena guarda la televisione, ascolta i soliti protagonisti del teatro della politica e, nel momento cruciale del discorso lei esclama, rivolgendosi al suo compagno: “secondo me ha messo la cravatta sbagliata”. Il compagno è in disaccordo, trova che, invece, ben si intona con quel completo di lana pettinata. Tutto qui.

La coppia post-Maya sa che sta guardando un teatro delle mummie pietrificate e quindi –come a teatro- commenta la scenografia, la scelta dei colori, la modalità delle forme, perché il resto è irrilevante, essendo il tutto privo di qualsivoglia sostanza che abbia nulla a che fare con le reali esigenze della popolazione. Dimostrare che Monti ha governato bene, oppure ha fatto male, che si candiderà oppure non si candiderà e perché e come, appartiene a un mondo di illusioni che è già passato,  a un mondo in via di estinzione e che vogliono convincerci che ancora esiste.
Mentre la Storia ha già voltato pagina e prosegue la sua marcia evolutiva verso un diverso approccio esistenziale, in Italia cercheranno di spingerci verso un passato già sepolto.

Mentre in gran parte dell’occidente si muovono nella consapevolezza che dalla malattia sociale collettiva ci si riprenderà soltanto collettivamente e da più parti si vedono, si notano, si certificano, i primi vagiti di una coscienza allargata armonica, da noi annunciano l’imminente lancio del teatro delle mummie.

Basterebbe pensare al silenzio mediatico relativo a una iniziativa post-Maya di un cittadino italiano che merita il rispetto civile dell’intera collettività e che qui, oggi, ricordo, perché il suo atto appartiene a quel senso di pacifica armonia che è caratteristica individuale e caratteriale di chi ha incorporato il concetto di Buona Volontà.

E’ accaduto il 30 novembre scorso e per un giorno se ne è parlato. Poi si è steso un velo  sulla vicenda, temendo che potesse spingere  a porsi delle domande.

E’ avvenuto in Umbria, dove un imprenditore ha avuto dal suo contabile la bella notizia che, grazie ad accorti investimenti, nel preparare il bilancio di fine anno, ne veniva fuori che, al netto delle tasse pagate, la sua azienda aveva conquistato una posizione più avanzata nei mercati mondiali, riuscendo a saldare tutti i debiti, realizzando un imprevista plusvalenza di profitto di ben 6 milioni di euro rispetto alle previsioni di bilancio. L’imprenditore, prendendo atto della buona notizia, invece di portare i suoi soldi in Svizzera inguattandoli in qualche fondo, ha dato disposizione al suo direttore generale di scrivere una lettera a tutto il personale della sua azienda annunciando loro che, oltre alla consueta tredicesima, i suoi 783 dipendenti, in data 10 dicembre, avrebbero trovato in busta paga l’aggiunta suppletiva di 6.385 euro a testa …“ dato che grazie a voi tutti la nostra azienda, nei soli primi 9 mesi del 2012, ha raggiunto un fatturato di 225 milioni di euro posizionandosi come leader del made in Italy nel segmento specifico di mercato”.
Questo imprenditore, Brunello Cucinelli, ideatore, fondatore e proprietario dell’omonima azienda di abbigliamento in cachemire puro, nella regione Umbria, ha deciso e scelto di suddividere il profitto in più con tutti i suoi dipendenti, compreso l’usciere, determinando –con il suo gesto- un immediato aumento di consumo e piccolo investimento individuale che è andato a toccare tutto il comparto dell’indotto coinvolgendo decine di migliaia di umbri.
Il giorno dopo quest’atto, inseguito e asserragliato dai media, ha diramato un comunicato stampa dove dichiarava che non voleva parlare con , non intendeva in nessun caso fare pubblicità al suo gesto e considerava il suo gesto un “fatto normale e ovvio per ogni imprenditore consapevole che il capitale sociale e umano è la base portante di ogni successo d’azienda”.  Cucinelli, qualche anno fa, ha cominciato a dedicarsi allo studio applicato della filosofia antica, meritandosi la Laurea Honoris Causa in Filosofia ed Etica delle relazioni umane, che gli è stata consegnata lo scorso anno dall’Università di Perugia.

E’ stata data una notizia secca, a denti stretti, e la cosa è finita lì.
Perché non lo hanno fatto anche gli altri?

Perché il Monte dei Paschi di Siena che negli ultimi 22 giorni ha avuto un rialzo in borsa del 32% grazie all’immeritato incasso di 3,9 miliardi di euro da parte dello stato, non ha fatto lo stesso? Perché è andato di corsa a immetterli in bilancio in attività speculative invece di provvedere a destinarne il 7%, pari a 280 milioni di euro, per venire incontro alle 22.560 piccole imprese toscane che avevano chiesto un credito per sopravvivere? In virtù della “non scelta” 10 mila di queste imprese sono fallite; alle altre toccherà entro il 31 marzo.  Potevano fare come Cucinelli. Altri imprenditori avrebbero potuto fare come Brunello Cucinelli. Non lo hanno fatto perché sono “anormali”.

Sono morti che appartengono a un mondo che non esiste più.

Lo sanno e sono disperati per questo.

Il post-Maya bussa alle porte della Storia.

Basta saperlo. Basta riconoscerlo e lasciare che si snoccioli naturalmente.

E osservare questi attori farseschi prendendoli per ciò che sono: curatori di un fallimento storico esistenziale alla loro ultima rappresentazione.

Basta capire e comprendere dentro di noi che le loro cifre, i loro proclami, i loro giochi e giochetti elettorali, non hanno alcun riferimento con la realtà delle nostre esistenze.
E il rituale di  una società che non esiste più.

E come Brunello Cucinelli ci ha dimostrato, c’è sempre un’alternativa.

Perché anche la famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva, non ci dimostra che c’è un’alternativa?

Questa è la vita post-Maya
.
Rimettiamo a posto gli orologi.

Auguro a tutti uno splendido capodanno.