di Sergio Di Cori Modigliani
L’augurio per il 2013 al mio paese.
Che cosa fare e dove operare.
“La Cultura
fa mercato e crea le condizioni per lo sviluppo economico di una nazione”.
Un’affermazione ovvia, che fino a qualche decennio fa, quantomeno
in tutto l’emisfero occidentale, sarebbe stata considerata banale e rozzamente
elementare.
Oggi, invece, in Italia è diverso.
E’ considerata una frase priva di Senso compiuto, sia teorico che
pratico.
Molti non ne comprendono neppure il Significato.
Il successo –direi un vero e proprio trionfo- che ha ottenuto,
negli ultimi venti anni, in Italia, l’ideologia iper-liberista mercatista si
fonda sull’ abbattimento della “Cultura delle Imprese” (per sua natura anti-aristocratica)
e la ricostituzione della vecchia
burocrazia imperiale al posto di quella efficiente manageriale, sullo
spostamento dall’economia reale, ovvero la produzione di merci uniche e
nazionali, a una economia virtuale
sorretta dalla finanza internazionale, disinvestendo quindi dall’innovazione, dalla
ricerca e dallo sviluppo culturale. La classe politica si è prestata a questo
gioco, mettendosi al servizio degli oligarchi e fornendo il servizio richiesto:
i partiti politici si sono trasformati in aziende commerciali di gestione
burocratica, sostituendosi alle aziende vere e proprie, costituendo un
meccanismo capillare di finanziamento alle imprese attraverso la ricostituzione
di un vero e proprio dispositivo di tradizione medioevale: le corporazioni
rinascimentali gestite dalle antiche signorie, ovverossia, le fondazioni
bancarie. I partiti si sono divisi i posti di comando nelle fondazioni e
l’intero sistema industriale italiano ha finito per perdere la possibilità di
esercitare alcuna forma di pressione sociale sulla politica, sulle istituzioni,
sulla società civile, sullo Stato centrale, rinunciando alla propria funzione nella
formazione dell’inconscio collettivo nazionale. Ogni singola fondazione si è occupata di “globalizzare
mentalmente” il paese omologandolo agli aspetti più deteriori del consumismo,
abbassando quindi il livello della domanda collettiva per poter giustificare
l’appiattimento dell’offerta proposta. Essendo guidate da funzionari di partito che
in parlamento guidavano il paese, hanno usufruito di continue sovvenzioni da parte
dello Stato, restituendo una parte dei soldi in forma di tangente a favore di
persone, personalità, enti, associazioni, gruppi, strutture, controllate dai
partiti. E’ stata scelta questa forma di sussidio all’italiana, al posto del
finanziamento alle aziende per sostenere il loro sviluppo. In tal modo è stato
costruito, consapevolmente, un “incartamento” della struttura industriale della
nazione che non si è più trovata nelle condizioni di poter essere in grado di
produrre merci e prodotti. Le aziende italiane sussidiate dalle fondazioni
bancarie/dai partiti/dallo Stato, sono diventate, in realtà, degli “enti astratti” delegati al trasferimento di soldi alla società civile, abbattendo, in
questo modo, l’identificazione “Lavoro = Valore”.
E’ nata così “l’imprenditoria italiana” della fine anni’90, una
variante folle e surrealista, basata sulla rinuncia al concetto d’impresa,
sull’annientamento della cultura d’impresa, sull’inesistenza della concorrenza,
sull’inutilità dell’applicazione del concetto di merito e competenza tecnica,
perché gran parte delle aziende si è trasformata in “mediatori di un continuo
flusso di danaro” di cui i partiti diventavano garanti, con la totale
complicità dei sindacati che si sono trasformati in gruppi oggettivi di
conservazione di privilegi.
Nello stesso tempo è partito l’attacco alla Cultura, sostenendo anche
che fosse inutile… In verità lo era diventata. Da potenza industriale
variegata, ricca e policroma, autonoma e indipendente, l’Italia è diventata una
gigantesca azienda nel settore terziario.
La struttura industriale italiana (potentissima e dotata di una
sofisticata quanto invidiabile cultura) ha cominciato prima a pencolare verso
la quantità invece che verso la qualità, e poi ad uniformarsi a concetti
standard ideologizzati “nel nome del mercato” dove la concorrenza internazionale
ha avuto gioco facile nel massacrare letteralmente la spina dorsale della
nazione. “Deculturalizzando la redditività e la produttività” è stato poi un
gioco da ragazzi far passare il principio quantitativo al posto di quello
qualitativo; comprensibile e giusto per una nazione di 1 miliardo e mezzo di
persone senza nessuna tradizione né cultura di mercato, come la Cina;
completamente suicida per una nazione di 60 milioni di persone come l’Italia,
che negli ultimi 1000 anni era sempre stata all’avanguardia nel produrre
Cultura di mercato e quindi anche mercato della Cultura.
Fondamentale, in questo senso, l’opera egregia svolta da Silvio
Berlusconi, la persona migliore per riuscire a guidare un processo generale di
de-industrializzazione, non essendo lui né un imprenditore né tantomeno un industriale,
ma un venditore di pubblicità e uno speculatore, quindi l’individuo migliore
per dar vita a un processo generale e collettivo di “idiotizzazione”, ignoranza
diffusa, investimento finanziario nella speculazione, caduta generalizzata di
valori etici e di rispetto verso lo Stato di Diritto, in modo tale da poterne
poi giustificare l’espoliazione sistematica. La Chiesa si è perfettamente
inserita in questo trend approfittando di un’occasione unica e irripetibile: la
possibilità di riagguantare la Storia, riportando il paese alla situazione
precedente all’unità d’Italia, quando l’accesso all’istruzione e alla sanità
passava soprattutto attraverso i loro centri di ricerca, le loro ottime
università specializzate, i loro ospedali e le loro cliniche ben attrezzate. Ha
perfettamente ragione Berlusconi nell’ammonire il Vaticano, come ha fatto dieci
giorni fa, ricordando loro “l’enorme
generosità dei governi da me presieduti che non hanno mai dimenticato di
servire la Chiesa aiutandola in ogni senso e in tutti i campi”. E’ andata
proprio così. Ha perfettamente ragione.
La frase di Giulio Tremonti, nel maggio del 2011, “la Cultura,
notoriamente non dà da mangiare neanche un panino” è una frase che se fosse
stata pronunciata da un ministro dell’economia italiano nel 1983, avrebbe
comportato immediatamente le sue dimissioni e un allontanamento dai vertici del
suo partito, qualunque esso fosse. Una frase come quella, infatti, nel 1983, in
un paese come il nostro, sarebbe stata interpretata come uno slogan delle
brigate rosse, nel senso di un vero e proprio attacco al cuore pulsante dello
Stato. Perché allora il “prodotto Italia”, ovvero la grande massa di merci
italiane che si erano imposte nei decenni dovunque, portando la nazione dal
49esimo posto nel mondo, com’era nel 1945, alla quinta posizione come potenza
industriale, com’era nel 1985, ruotava tutta intorno alla imbattibile “qualità
culturale delle imprese nazionali”. Valga per tutte la celeberrima frase di Doug
Watson, famoso grande industriale americano, pronunciata alla fine degli
anni’70, quando entrò furibondo alla riunione del consiglio di amministrazione
della sua mega azienda californiana, accompagnato dai suoi assistenti che
spingevano una piccola lavatrice -l’ultimo modello commercializzato dalla
Zoppas- e dopo aver sgridato tutti e aver annunciato il licenziamento
dell’intero management direttivo, diede un pugno sul tavolo e disse: “Ditemi
voi come sia possibile che un piccolo paese di cantanti d’opera e di pizzettari
sia in grado di fare una lavatrice così potente e così bella come questa, a un
prezzo il 20% inferiore alla nostra migliore produzione?”.
Bisogna ripartire da lì.
Il 2013 inizia, in Italia,
in piena campagna elettorale.
Il che vuol dire che almeno fino al 24 febbraio non si potrà parlare
di nulla di sensato e utile perché saremo, inevitabilmente, oggetto di
manipolazione, propaganda, continuo bombardamento mediatico e non. Ogni partito
si affannerà a pedinare l’attualità cercando di agguantare il massimo di voti
possibili, disponibili al più squallido trasformismo.
Ho letto i programmi di tutti i partiti e della maggior parte di
movimenti e liste civiche rappresentati a livello nazionale. Non c’è nessuno
che abbia mai menzionato (neppure tangenzialmente) il termine “cultura
d’impresa” o “impresa della Cultura”; nei rari casi in cui termini analoghi
sono stati impiegati erano inseriti all’interno di una frasetta demagogica
perché qualche consulente media avrà ricordato al gruppo dirigente di
dedicargli almeno mezza riga.
E’ come se questo paese avesse volontariamente scelto di eliminare
la propria migliore e più succosa eredità e avesse deliberatamente scelto di
non investire nella più facile e naturale delle vie da seguire: quella già
battuta e dimostratasi nei decenni vincente.
Qualunque sia l’appartenenza ideologica degli italiani pensanti,
non è realistico poter puntare a una ripresa e uscita dalla crisi se non si
ritorna a coniugare la Cultura all’Impresa, come fece l’ingegnere Adriano
Olivetti nel 1950 quando diede vita alla rivista “Civiltà delle macchine”, un
fondamentale mensile dell’epoca dove si fecero le ossa Calvino, Moravia,
Pasolini, Bertolucci, Parise, Morante, Piovene, Ginsburg, Pratolini, Ortese,
dando poi vita a un intero settore culturale che sfociò in quella particolare e
specifica corrente letteraria dei primi anni’60 che si chiamava “letteratura
industriale” di cui Ottiero Ottieri fu il geniale interprete e ideatore,
finanziato da Valentino Bompiani.
Senza la Cultura, la “Impresa Italia” non ce la farà a rimettersi
in piedi, è bene che la Confindustria se lo metta bene in testa e che gli
industriali e imprenditori lo capiscano.
Ma senza le imprese che finanziano gli intellettuali e la Cultura,
non sarà possibile neppure rifondare la necessaria nuova classe di liberi
intellettuali non più asserviti agli squallidi interessi di bottega dei
partiti-azienda, è bene che la Confindustria se lo metta in testa; ed è bene
che gli intellettuali e artisti comincino –a loro volta- ad avere il coraggio
di voltar le spalle ai partiti-azienda e rivolgersi invece alle aziende e agli
imprenditori in cerca di finanziamenti, committenze, per costruire le alleanze
necessarie per ricostruire il paese.
E finalmente costruire insieme mercato, quindi lavoro, pertanto
sviluppo.
Così era il paese quando funzionava. Sta nelle nostre corde. Sta
nella nostra tradizione. Soprattutto appartiene al nostro dna culturale.
Ed è lì che bisogna andare a pescare.
Mentre pensavo a scrivere questo post, cercavo di pescare nella
mia memoria un forte ricordo aneddotico da potervi offrire come bel viatico per
l’anno che si apre. L’ho cercato nel 2012, e poi nel 2011 e sempre più
indietro. Non riuscivo a trovarli.
Finalmente mi sono ricordato di un episodio di cui sono stato fortunatissimo e
orgoglioso testimone, a metà degli anni’90, prima che l’attuale classe politica
decidesse e scegliesse di gestire e pilotare il declino della nazione.
Vi regalo questa mia memoria biografica come passaporto d’augurio
per il nostro futuro.
E’ avvenuto a New York, a Manhattan, dove allora risiedevo, nel
mese di ottobre, in una giornata di splendido sole e di perfido freddo ventoso.
Si celebrava in quei giorni la settimana della moda, in un momento molto
particolare perché gli Usa avevano deciso di lanciare New York per far
concorrenza a Milano, Parigi e Londra nel campo del pret a porter, degli
accessori, del lancio dei trend di massa, nel tessile lavorato. Tra le mie
varie attività, allora, c’era quella di editorialista di un bel settimanale
edito dalla Rizzoli, “Il Mondo” dove curavo una rubrica di economia e finanza
dalla costa occidentale americana. Una delle mie fonti principali era un
funzionario dello stato, il responsabile a New York dell’Ice (Istituto per il
Commercio con l’Estero) un funzionario di carriera, ormai vicino alla pensione,
con 35 anni di carriera alle spalle, tutta costruita all’interno dell’apposito
ministero, con promozioni ottenute grazie alla sua competenza, onestà,
vastissima cultura del mondo industriale e una notevole intuizione dinamica. Ci
eravamo messi d’accordo per una intervista in esclusiva, ma all’ultimo momento
aveva rimandato di qualche giorno, e poi rimandato ancora. Pensavo che avesse
deciso di non concedermela più, finchè un pomeriggio mi aveva telefonato e mi
aveva detto: “Venga domattina nel mio ufficio alle 11.50, così le faccio vedere
in esclusiva come entriamo alla grande nel mercato americano. Mi raccomando la
puntualità. L’aspetto”. Mi aveva colpito la precisione dell’ora perché non mi
risultava che alle 12 ci fosse nessun tipo d’appuntamento o scadenza. Il
mattino dopo, siccome dovevo fare delle commissioni in diversi uffici che si
trovavano dalle parti del consolato, decisi di uscire un paio d’ore prima per
avviarmi verso quella zona. Uscii da casa senza aver letto prima i quotidiani.
Mi incamminai a piedi pensando di prendere un taxi ma tutte le vie erano
intasate e c’era un traffico impressionante. Mentre camminavo per il
marciapiede, a un certo punto vedo uscire da un ricco condominio una donna
impellicciata con una bandierina italiana in mano. Trovai il fatto curioso, ma
non più di tanto, a New York succede di tutto. Dopo qualche metro vedo uscire
da un altro portone due donne, probabilmente madre e figlia, anche loro con due
bandierine italiane in mano. La cosa mi colpì. Decisi di lasciar perdere le mie
commissioni e data l’impossibilità di muoversi nel traffico pensai di andare
all’appuntamento a piedi. Ogni tanto, mentre mi avvicinavo al consolato mi
capitava di incontrare delle persone che avevano in mano una bandierina
italiana, ma non riuscivo a capire perché e dove stessero andando. Feci una
scorciatoia e passai davanti all’ingresso dell’agenzia di modelle Tom Ford, la
più famosa all’epoca. Davanti all’ingresso c’erano una decina di modelle vestite
di tutto punto con una bandierina italiana in mano. Arrivai all’appuntamento
con una decina di minuti di anticipo e il funzionario mi ricevette subito.
“Venga venga, andiamo subito di corsa, mi segua, parliamo strada facendo”.
Uscimmo dall’ufficio e ci incamminammo a piedi per una via laterale, dopo circa
trecento metri entrammo in un edificio attraverso l’ingresso di servizio.
Salimmo dentro un enorme montacarichi fino al quarto piano. Era un gigantesco
loft, saranno stati almeno 1000 metri quadri, pieni di casse, alcune imballate,
altre già aperte con degli impiegati che prendevano il contenuto e lo
sistemavano su degli scaffali. Il funzionario mi spiegò che quello era il
magazzino dell’Ice e quelle erano le merci delle diverse aziende italiane,
suddivise per regioni, che avrebbero dovuto partecipare sia alle sfilate che
alla fiera del tessile che si apriva di lì a venti giorni. Attraversammo
l’ampio salone e arrivammo a una porticina in fondo, in ferro, una delle uscite
di sicurezza. Il funzionario, prima di aprirla, prese un binocolo e me lo
porse: “Questo è per lei, così può vedere i dettagli”. Uscimmo fuori,
all’aperto, dava su un ballatoio anti incendio. Percorremmo la ringhiera e
arrivammo su un piccolo balcone che dava sulla Fifth Avenue, la più importante
arteria commerciale del mondo occidentale. Sotto c’era una enorme folla
assiepata ai due lati della strada, migliaia
e migliaia di persone, soprattutto tante donne, e tantissimi fotografi,
tutti con in mano una bandierina italiana che agitavano continuamente. Il
funzionario controllò l’orologio e mi disse: “Tra cinque minuti passa”. Mi
diede il binocolo per seguire meglio la scena. Guardavo in giro morendo dalla
curiosità, perlustrando la folla. E finalmente arrivò il corteo, preceduto da
una ventina di carabinieri a cavallo in alta portata, e dopo di loro una
limousine decappottabile che procedeva a passo d’uomo tra due ali di folla. Non
appena comparve la macchina la gente cominciò a urlare e applaudire. Accanto
all’autista che guidava c’era una specie di quadro, con una vecchia cornice, ma
il sole ci sbatteva sopra e non riuscivo a distinguere il disegno. Nel sedile
di dietro c’erano tre persone. In piedi, con un fazzoletto in mano che
sventolava salutando la folla, Luciano Pavarotti. Accanto a lui, seduto e
impettito, immobile, Riccardo Muti. Sembrava una statua di sale. Dalla parte
opposta, Franco Zeffirelli, accasciato su se stesso, che piangeva senza
ritegno. La gente urlava e buttava fiori verso la limousine. Pavarotti li raccoglieva
e li ributtava verso la folla. Una scena davvero incredibile. L’automobile
attraversò tutta la via, lentamente, fino a Central Park. Un trionfo davvero
impressionante. Il funzionario mi fece vedere il New York Times che non avevo
ancora letto “Ha visto che roba? Così ci apriamo il mercato, e questa volta,
vedrà faremo centro”. Sulla prima pagina –un fatto rarissimo e unico- c’era
l’articolo del critico teatrale del giornale. Il titolo era “When Italians
bring us to Paradise” (quando gli italiani ci portano in paradiso) ed era la
recensione dell’anteprima, che si era svolta due sere prima al Metropolitan,
della Turandot di Puccini, per la regia di Zeffirelli e la direzione musicale
di Muti, con Pavarotti come tenore. Gli americani erano rimasti totalmente
ipnotizzati dalla serata e dalla impressionante ricchezza della messa in scena,
con centinaia di metri di tessuto, tutto fatto fare a mano, con dei costumi
davvero splendidi. In città non si parlava d’altro. Il giorno dopo, guardando
la fotografia sul giornale, mi resi conto che il quadro incorniciato messo
accanto all’autista era una immagine del 1920 di Giacomo Puccini. Sull’onda
dell’immediato passaparola, in poche ore, il funzionario era riuscito a
organizzare questo corteo, facendo spendere al ministero una cifra -per il suo
budget- spropositata, dato che aveva fatto chiudere al traffico due chilometri
e aveva fatto pagare circa 300 modelle d’alta moda, davvero costose.
Una settimana dopo, il made in Italy, nel campo della moda,
sfondava sul mercato di New York. Venti giorni dopo, alla locale fiera del
tessile, l’Italia faceva il pieno conquistandosi il mercato nazionale e
trascinandosi appresso anche l’industria del mobile e dell’arredamento da
cucina di tutta la Regione Marche. In città non si parlava d’altro. Dovunque si
andasse, a un vernissage, a parlare con un analista di borsa a Wall Street, con
un gallerista, un’ attrice, in una libreria, si parlava soltanto dell’eleganza
e del gusto degli italiani. Se uno diceva “io sono italiano” ci si sentiva dire
“beato te, che grande fortuna”. L’Ice, nei successivi due mesi, riuscì a
strappare commesse che diede lavoro, complessivamente, a circa 15000 nuove
imprese dislocate in diverse regioni italiane, dalle passamanerie alle
maioliche, dai divani alle cucine, dai jeans alle cravatte, dalle scarpe alle
barche. Entrarono nel mercato gli sconosciuti
Cavalli, Dolce & Gabbana, Diesel, Tod’s, Bluemarine, e altri 200
marchi consolidati. Incontrai il funzionario di nuovo, un anno dopo, quando
offrì una cena per festeggiare il suo pensionamento. Pieno di orgoglio mi disse
che quella edizione della Turandot aveva fatto scattare un meccanismo che aveva
prodotto un giro d’affari per le imprese italiane che rappresentavano il 7% del
pil; tradotto in cifre odierne, parliamo di diverse decine di miliardi di euro.
E tutto ciò provocato da quattro artisti italiani, di cui uno
morto più di 80 anni prima. Un toscano,
un emiliano e un pugliese.
E secondo Giulio Tremonti “la Cultura notoriamente non dà neppure
un panino”.
Questo è il mio augurio per il 2013.
Vorrei sapere che a ottobre di quest’anno, da qualche parte del
mondo, potrà accadere la stessa cosa.
Allora, vorrà dire che questa nazione ha ripreso il ruolo che le
spetta.
Buon 2013 a tutti.


