sabato 12 ottobre 2019

Quando l'amore brucia, secondo l'affascinante gusto asiatico.






di Sergio Di Cori Modigliani

Chi ama (e conosce) il cinema non rimarrà affatto deluso.
Non solo.
E' un film da non perdere assolutamente.
"Burning-l'amore brucia" del regista coreano Lee Chang Dong è un favoloso film tratto (ufficialmente) da un racconto di Murakami ma soprattutto tratto (non ufficialmente) da un racconto di William Faulkner (citato nel film più volte, dato che Murakami è il traduttore di Faulkner in giapponese, oltre che esperto saggista di note sul geniale scrittore del sud degli Usa). E' la storia (apparentemente banale e già vista, per l'appunto soltanto "in apparenza") di un trio amoroso composto da lei, solare bellissima e struggente, un giovane poverissimo che non parla mai perchè troppo stravolto dal proprio disagio psico-sociale, e un altro giovane ricchissimo simpatico e affascinante. 

E' un film pieno di rimandi e citazioni, con chicche di ogni genere sparpagliate qua e là. Lento, molto lento, e qui sta il bello, perchè l'amore (che è il tema del film) non è un'ondata improvvisa che ci sommerge (come ha sempre sostenuto Hollywood) bensì (come sosteneva Faulkner) e poi Murakami "una continua risacca che con calma porta via poco a poco la sabbia, tutta la sabbia della spiaggia, finchè a un certo punto ci si accorge di non aver più la terra sotto i piedi".
Il film dura 140 minuti.
I primi 60 sono dedicati alla lenta descrizione della quotidiana deprivazione di tutto del protagonista, immerso in una realtà che non comprende.
Poi, al 61esimo minuto, il film vira e si trasforma (ufficialmente) in un noir classico.
Il regista ce lo annuncia nel più elegante dei modi, e lo dedica agli amanti del jazz
Dallo squallore di una borgata di reietti al confine tra le due coree ci troviamo all'improvviso nel lusso spietato di Seoul, e il passaggio viene sottolineato e presentato a noi spettatori dalla cornice sonora di Miles Davis in un brano epico, quando accettò di fare la colonna sonora per il film di Louis Malle del 1962 "ascensore per il patibolo" con Jeanne Moreau e Robert Hossein, il capolavoro francese considerato il simbolo storico del genere noir.
E così, poco a poco, ci si inoltra dentro quello che in occidente noi chiamiamo "il gioco della scatole cinesi", rappresentativo di quel gusto asiatico nel leggere la complessità, dove l'apparenza non è altro che una (splendida e luccicante) buccia di cipolla oppure ne è una versione altra (sciatta e squallida) che ne contiene sempre della altre. Ma la buccia (o la scatola cinese) che sta sotto, forse, non chiarisce la vicenda, perchè quando la complessità penetra la profondità del dolore umano non è detto che finisca per cogliere e definire la verità.
Film intrigante (da non spoilerare il finale) che lascia in bocca il dolce sapore del godimento estetico, dedicato a chi dal cinema pretende l'imbattibile fasccino della narrazione visiva dei sentimenti della vera esistenza. Soprattutto quando a farlo è il regista già visto in quanto autore del superbo "Poetry".
Come dire: il cinema nella sua essenza.
E di questi tempi plastificati, credetemi, davvero non è poco.

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