martedì 9 aprile 2019

Che cosa pensava Platone dei talk show, di facebook, twitter e dei no vax?






di Sergio Di Cori Modigliani


Nel VII capitolo del dialogo "Le Leggi", il suo ultimo lavoro incompiuto, Platone affronta il problema dei rapporti tra società e Politica e il rapporto tra cittadini e rappresentanti dell'esecutivo. 
Per alcuni un testamento più che un'opera da ricordare, per altri, invece -tra cui il sottoscritto- la punta più alta e più profonda del suo pensiero. 
Approssimandosi la morte, infatti (se ne andò, con la penna di piccione in mano mentre lo stava ancora scrivendo) Platone si lascia andare ad alcune considerazioni, diciamo così attualistiche, tra cui ne ricordo soltanto due, che trovo utili e aderenti ai nostri tempi perchè Platone le considerava due elementi "di forte disturbo della quiete psichica, subdoli alimenti che indicano una prospettiva di dissoluzione e decadenza della società, contraria e opposta a ogni forma di maturazione evolutiva": 
la prima riguarda la moda trendy di quel momento (siamo intorno al 375 a.C) ovverossia: la promozione degli opinionisti. Per almeno cinque pagine, Platone spiega come la diffusione del "soggettivismo acritico opinionista" si stia diffondendo come una piaga attribuendo a chi non possiede alcun strumento critico la facoltà di giudizio, creando così confusione nell'ascoltatore. 
Tutto ciò, secondo Platone, è dovuto come conseguenza -e questa è la seconda rivoluzionaria idea di Platone, ripresa in tempi moderni soprattutto dai francesi fin dagli anni'30, con Marcel Duchamps, poi negli anni'60 da Guy Deborde e in tempi più recenti da Jean Baudrillard negli anni'90- di quella che Platone definì allora come una vera e propria jattura, cioè il successo della tragedia come spettacolo pubblico. 
Platone, infatti, nel 380 a.C. è il primo pensatore dell'umanità a identificare, definire e criticare "l'esercizio e l'attitività dello spettacolo di intrattenimento popolare come pericoloso sostitutivo del dibattito politico" perchè -secondo lui- questa moda consente a persone ignoranti, e in preda a pulsioni istintintuali prive di riflessione razionale, di veicolare idee che non sono idee "e neppure pensieri" bensì percezioni chimiche emotive prodotte dalla reazione individuale di fronte al dramma che attori pagati eseguono su un palcoscenico per farli ridere o piangere.

E' considerata (oggi) la prima critica storica contro la diffusione del populismo anti-democratico.

Si tratta, allo stesso tempo, della denuncia del pericolo insito nella "società dello spettacolo" (la definirà così Guy Debord nel suo celebre saggio del 1967 e poco dopo Jean Baudrillard, 2230 anni dopo) che trasforma il cittadino inconsapevole in mero oggetto di consumo di una rappresentazione voluta e orchestrata dai detentori del Potere.

In questo senso, il dialogo Leggi, è da considerare la più potente e ricca miniera nutritiva che il pensiero europeo abbia prodotto negli ultimi 2500 anni

Tutti gli storici e la critica filosofica riconoscono oggi alle Leggi il tentativo di proporre un modello politico più aderente alla realtà. 
Secondo il filosofo, è di fondamentale importanza evitare il conflitto tra le classi sociali, e proprio a questo fine hanno un ruolo fondamentale le leggi di uno Stato. 
Esse per Platone hanno una duplice funzione:
  • costrittiva, cioè prescrivono quale debba essere la condotta migliore per un buon cittadino;
  • educativa, cioè educano i giovani che saranno i cittadini futuri.
La preminenza della legge sull'attività del politico allontana le Leggi dalle tesi esposte nella Repubblica e nel Politico: mentre nella produzione precedente il politico era sopra la legge, nel suo ultimo dialogo Platone lo pone come custode delle norme e dell'ordinamento giudiziario. 

Indimenticabile (e ancora oggi, attuale più che mai) un passo estrapolato dal Lichete, che fa parte della quinta tetralogia con Carmide, Teage e Liside, ed è un dialogo incentrato sul tema della virtù. È un dialogo che gli storici della filosofia definiscono "aporetico", cioè in cui non si arriva a nessuna conclusione definitiva. Platone, infatti, lo definì un regalo a tutti coloro che non cercano una risposta definitiva o una conclsuione ma hanno fame di alimentarsi con domande e dubbi.





SOCRATE: 
Che cosa vuoi dire, o Lisimaco? Hai intenzione di accettare l'opinione che avrà il maggior numero di consensi da parte nostra?

LISIMACO: 
Che altro si potrebbe fare, o Socrate?

SOCRATE: 
Anche tu, o Melesia, farai lo stesso? Se si trattasse di prendere una decisione circa il tipo di esercizio ginnico a cui addestrare tuo figlio, ti rimetteresti all'opinione della maggioranza di noi o piuttosto a quella di colui che fosse stato educato ed avesse fatto pratica di esso sotto la guida di un buon maestro?

MELESIA: 
Di quest'ultimo naturalmente, o Socrate.

SOCRATE: 
Ti fideresti più di lui che di noi quattro messi insieme?

MELESIA: 
È probabile.

SOCRATE: 
Infatti io credo che sia sulla base della scienza che bisogna decidere e non della somma delle opinioni.

Platone, “Lachete”, 184 d-e, 
intorno al 400 a.C. nella città di Atene

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