venerdì 31 gennaio 2014

Rivolta popolare in Danimarca contro Goldman Sachs: benvenuta Europa!


Paese che vai, usanza che trovi.
Riadattato, sarebbe il caso di dire: paese che vai, popolo che trovi.

Mentre l'Italia precipita al più basso livello mai raggiunto di sostenibilità democratica, dal 1946 a oggi, arriva una notizia confortante dal settentrione del nostro continente.
E non mi meraviglia.
Basta guardare le cifre, gli indici, le classifiche, la tradizione locale.
A livello internazionale la chiamano Danimarca Felix.
E' un piccolo regno nell'estremo nord d'Europa, incastrato tra i colossi tedeschi e svedesi.
Il Regno di Danimarca è primo al mondo come qualità di vita.
E' primo al mondo come libertà di stampa.
E' primo al mondo come rispetto dei diritti civili e soprattutto rispetto dello Stato di Diritto.
Tra tutti gli indici, il più importante è quello relativo all'ultimo sondaggio effettuato dall'Onu nel luglio del 2013: il 62% dei cittadini si dichiarano felici della propria esistenza, del proprio paese, del proprio governo, di come vanno le cose.
Non possiamo che invidiarli.
Sarebbe un errore, a dimostrazione del fatto che l'invidia, oltre a essere un sentimento malsano, diventa un vizio civico pernicioso perchè spinge verso la passività tinta di malevolenza.
Che cosa sta accadendo in questi giorni in quel Regno?
La notizia: il governo formato da una coalizione di centro-sinistra nel 2012 e guidato da Helle Thorning-Schmidt, ha firmato un contratto ufficiale con la Goldman Sachs affidandole la gestione del loro colosso nazionale dell'energia, la società Dong. L'accordo,consentirebbe ai danesi di potersi approvvigionare di energia a un costo molto inferiore, quindi di risparmiare parecchi soldi ogni mese. Ma i danesi sono venuti a conoscenza di questo contratto e si sono ribellati.
Perchè, evidentemente, per loro (è per questo che sono felici) al primo posto nella scala dei valori c'è il senso dell'indipendenza, dell'autonomia, della libertà come nazione e come popolo.
Sono insorti.
Hanno cominciato a diffondere in rete la notizia, hanno immediatamente organizzato un appello firmato in poche ore da ben 185.000 cittadini e lo hanno inviato sia alla regina che al governo. Infine, si sono riversati per strada, protestando contro la svendita della loro authority.
Annette Vilhelsem, Ministro degli Affari sociali (nonchè leader del Partito Socialista, un importante membro dell'alleanza di governo) si è dichiarata "esterrefatta e offesa come danese" per la decisione e ha annunciato di ritirare la propria coalizione dall'esecutivo. Se n'è andata sbattendo la porta. Si è creata, quindi, una frattura politica gravissima e si è aperto un contenzioso molto forte tra il popolo, la cittadinanza da una parte e il governo dall'altra. La disputa è ancora in corso.
Il Regno di Danimarca è un membro dell'Unione Europea.
Questo accordo -non a caso lanciato come prototipo in un piccolissimo stato come esperimento- ci annuncia il trend emergente in Europa: consegnare il controllo del cuore pulsante di ogni nazione -la gestione delle fonti di energia- ai colossi finanziari che diventerebbero "ufficialmente" i veri padroni del paese. Tradotto potrebbe voler dire che se un governo intende perseguire qualche banca perchè ha compiuto un atto illegittimo e dannoso per la comunità, interviene quella società finanziaria per imporre il silenziatore censorio, pena la chiusura dei rubinetti energetici: elementare quanto banale.
Hanno bisogno, quindi, del sostegno dell'intero continente.
I danesi stanno dando un bellissimo esempio da seguire che conferma la validità del posto che occupano nelle classifiche. Un sondaggio realizzato dalla corte regnante, ieri mattina, ha rivelato che il 79% dei danesi "preferisce pagare di più le bollette mensili ma essere indipendenti dalla finanza internazionale".
Così funziona la democrazia in un paese in cui il danaro non è il valore principe.
La differenza tra la democrazia e la democritura italiana consiste nel fatto che alla base fondativa del principio democratico c'è l'idea che il governo teme il giudizio del popolo; nelle democriture, invece, è il popolo che teme e ha paura del governo, da cui discende la propensione tutta italiana alla deferenza, al servilismo, alla mediocrità.
E' un esempio pericoloso, quello danese, sia per la troika che per la finanza.
Infatti, in Italia, Spagna, Portogallo non ne parlano, non sto vedendo neppure un'immagine, una fotografia, un editoriale, un commento, un'analisi, con un'unica eccezione, Ilsole24ore, il giornale della Confindustria, che ha pubblicato un pezzo raccontando l'intera vicenda senza che venisse ripresa dagli altri.
La notizia è stata diffusa in tutta Europa dal quotidiano britannico The Guardian, vedi qui:
http://www.theguardian.com/world/2014/jan/30/socialists-quit-denmark-coalition-goldman-sachs-deal

Ecco l'articolo "sfuggito" ai più

http://www.ilsole24ore.com/art/servizio/2014-01-30/danimarca-mani-goldman-sachs-energia-scatta-rivolta-popolare-e-governo-perde-pezzi-151423.shtml

Il governo danese scricchiola sulla cessione di una quota dell'utility energetica Dong alla banca d'affari americana Goldman Sachs, un provvedimento che, sebbene alla fine sia stato approvato, ha sollevato una levata di scudi degna del miglior patriottismo economico francese. Contestando la decisione, Annette Vilhelsem, ministro degli Affari sociali e dell'integrazione e leader del Partito popolare socialista (uno dei tre che compongono la coalizione di minoranza del governo) ha annunciato l'uscita sua e degli altri cinque ministri socialisti dall'esecutivo di centrosinistra guidato dalla socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt; ha però assicurato che il partito continuerà a sostenere, a livello parlamentare, il governo.
Anche il premier Helle Thorning-Schmidt ha garantito che non ci saranno nuove elezioni e il governo andrà avanti con un rimpasto, da decidere con l'unico alleato rimasto, i centristi del Partito social-liberale. È indubbio tuttavia che la compagine governativa esca indebolita dalla vicenda, sebbene anche finora il primo ministro abbia governato con l'appoggio di partiti esterni alla coalizione: a questo punto - infatti - può contare nominalmente appena su un terzo dei seggi parlamentari.
Fin qui il dato politico. La vicenda tuttavia ha altri risvolti interessanti. Dong Energy , principale gruppo energetico controllato dallo Stato, nel 2012 ha realizzato un volume di affari di 67,2 miliardi di corone (circa 9 miliardi euro). A ottobre il governo ha annunciato un'intesa per cedere il 19% di questo "campione nazionale" a fondi controllati da Goldman Sachs per poco più di un miliardo di euro, con una clausola che avrebbe concesso alla banca d'affari controversi diritti di veto sulla gestione di Dong, diritti che nessun altro azionista possiede.
L'operazione ha suscitato una vera e propria sollevazione popolare nel Paese: una petizione online ha raccolto oltre 185mila firme contro l'accordo, un sondaggio condotto per il Jyllands-Posten (il quotidiano salito alla ribalta nel 2005 per la pubblicazione delle vignette su Maometto) ha rivelato che il 63,4% dei danesi ritiene che Dong Energy debba rimanere una società interamente danese, diversi politici di centrosinistra hanno accusato il governo - già criticato per politiche giudicate troppo di destra - di tradimento.
L'ex premier socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen ha definito l'accordo una «catastrofe» che rischia di far perdere alla Danimarca il suo primato in materia ambientale. Non sono rimasti in silenzio i populisti euroscettici del Partito popolare danese, che si sono schierati - naturalmente - contro il provvedimento.
L'ombra della campagna elettorale per le europee si allunga del resto anche sulla "Danimarca felix". E poco importa il fatto che, secondo le stime di alcuni analisti, l'ingresso di Goldman abbatterebbe i costi dell'elettricità...

giovedì 30 gennaio 2014

Chi è violento e perchè? Una riflessione sullo stato civile della nostra nazione.




di Sergio Di Cori Modigliani

Il Gran Regno d'Ipocritania si sveglia questa mattina e scopre l'acqua calda.
Leggendo la stampa e ascoltando le televisioni e la radio ci si accorge che gli italiani, con una trentina di anni di ritardo, si rendono conto che viviamo in un paese violento, feroce, disuguale, malvagio, dove lo Stato di Diritto è stato cancellato e il Parlamento è diventato una cosa diversa da quella che dovrebbe essere: invece di rappresentare il luogo di sintesi delle esigenze della cittadinanza, e quindi inappuntabile arbitro delle logiche di mercato, si è trasformato nel teatro principale del mercato, dove le leggi e le regole vengono stabilite e definite seguendo la logica del puro business e dell'interesse privato, trasformando gli eletti in Parlamento da legiferatori per il bene comune in semplici impiegati di concetto.

Scoprono tutti, all'improvviso, che la sopraffazione è standard, di conseguenza la volgarità (e una inaudita forma di violenza) si sono abbattute sulle istituzioni e quindi strillano protestando per riportare il dibattito su un piano civilmente accettabile.

E' la consueta ipocrisia nazionale che esplode, improvvisa, in forme virulente, e offre al mondo intero lo spaccato autentico di ciò che siamo diventati: un paese in cui la menzogna, il doppiogioco, il doppiopesismo, la totale mancanza di notizie reali e informazioni attendibili hanno finito per prendere il sopravvento, determinando la logica del tutto è lecito a chiunque e comunque

Le immagini che vedete riprodotte in bacheca, a mio avviso, sono utili per cercare di comprendere ciò che sta accadendo in questi giorni, non a caso proprio adesso, alla vigilia di una furibonda tempesta finanziaria all'orizzonte che ci vedrà -volenti o nolenti- attori partecipi nell'occhio dell'uragano.

Quelle due fotografie sono molto diverse tra di loro ma fanno riferimento allo stesso concetto. Entrambe sono state usate lo scorso novembre per celebrare la giornata internazionale di protesta contro la violenza sulle donne. Una -quella in cui si vede una donna torturata con il volto tumefatto- ha avuto una virale diffusione in Italia, perchè è una immagine che colpisce gli occhi; l'altra, invece, non è stata neppure pubblicata. 
Una immagine facile, quella italiana, che finisce per ottenere l'effetto opposto a quello desiderato: è un'ottima scusa per la maggior parte dei maschi violenti misogini -i signori padroni- per poter dire a se stessi "ma io non ho mai trattato una donna così" e quindi auto-assolversi. E' una immagine che colpisce lo stomaco e procura immediata indignazione ma non consente alcuna elaborazione, nessun pensiero critico, non consente di porsi domande, colpisce direttamente alla pancia e annuncia una argomentazione tautologica e banale "la violenza è brutalità".
In Italia, questa immagine, è diventata il simbolo della sacrosanta protesta femminile.
L'altra fotografia, invece, diffusa dal comitato femminista delle donne canadesi a Montreal, offre una immagine totalmente diversa che giocoforza impone una riflessione, spinge a porsi delle domande, fa riflettere chiunque la osservi e non consente nessuna forma di giustificazionismo di sorta. Si vede il volto sereno di una donna normale di un qualunque paese d'occidente con la scritta "la violenza non è sempre visibile". 

E' la differenza tra il dibattito tra un paese civile ed evoluto -come il Canada- e un paese regredito e incivile come l'Italia.

La violenza è brutale quando si manifesta in maniera primitiva e infantile, ma quando assurge al rango della perversione adulta, diventa subdola, sofisticata, perchè si insinua e si afferma secondo modalità non visibili, non immediatamente riscontrabili, obbligando la vittima a fare i salti mortali per riuscire a dimostrare di essere oggetto di brutalità. Siccome non si vede nulla, si dà per scontato che non esista nulla, ma non è così.

La zuffa parlamentare di ieri ha mostrato al mondo intero che nel nostro paese il dibattito politico ha un volto brutale e violento. Quindi è primitivo. Ma non è così. O non solo così.
L'Italia è una nazione maestra nell'esercizio della violenza ipocrita, quella adulta.
In realtà, l'attuale miserevole stato di declino è il frutto di una violenza sotterranea, continua, costante, quotidiana, che le istituzioni manifestano nei confronti della cittadinanza -vittima di soprusi, ruberie, espoliazioni, angherie- seguendo un iter ipocrita e subdolo. 
E' una violenza perenne e sotterranea.
Non è stato forse violentissimo il modo in cui la cupola mediatica, in Italia, ha preso atto il 27 febbraio 2013 che il M5s aveva vinto le elezioni? Esordì L'Espresso con un numero speciale dedicato a Grillo che veniva identificato non come il leader vincitore, bensì come un bieco speculatore d'azzardo che aveva ingannato l'elettorato lucrando sulla sua buona fede, perchè il suo principale interesse consisteva nell'aprirsi un gigantesco resort di lusso in Costa Rica. L'operazione fallì miseramente, ma diede il via alla violenza.
Nessuno tra i giornalisti (con l'unica eccezione dei professionisti de Il Fatto Quotidiano) osò attaccare il gruppo editoriale L'Espresso, anzi. Cavalcarono il delirio moltiplicandone l'effetto che dilagò sui social networks e contribuì a lanciare un linguaggio divenuto ormai standard: l'attacco personale, l'insulto e l'aggressione immotivata, la diffamazione, la diffusione di falsità ovvie.
Non è forse violentissima, la Legge, in Italia, laddove ci fa sapere che Fiorito merita un vitalizio e glielo accredita?
Non è dannatamente violenta la pretesa da parte dello Stato di essere saldati subito quando è in credito, arrogandosi l'opzione di procrastinare il saldo a data da definire quando, invece, è in debito?
Non è stato, forse, un atto di violenza istituzionale quello attuato dal Presidente Napolitano quando -in presenza dell'ennesimo momento di furioso stallo- dovendo fare il punto della situazione convocò al Quirinale la delegazione del PD e quella del PDL escludendo quella del M5s che era l'unico partito ad aver vinto le elezioni, e rappresentava le istanze del 25% dei votanti?
Non è stato un atto violento quello di Matteo Renzi nell'aver selezionato e identificato la persona di Silvio Berlusconi come l'interlocutore unico e privilegiato con il quale redigere una legge elettorale che deve stabilire chi e come andrà in Parlamento? Non è forse violentissimo insegnare agli italiani che la Legge non ha nessun valore quando un senatore decaduto perchè condannato in via definitiva ed espulso dal Parlamento -in maniera ufficiale e legale- si trasforma in colui che detta le disposizioni legali in materia di elezioni?
La lista è lunga, ahimè lunghissima.
Cito l'ultimo atto di straordinaria violenza (corrispondente in termini civili all'immagine in bacheca della donna serena senza alcun segno di violenza sul suo volto) quello relativo alla discussione in aula per votare il decreto di svendita della Banca d'Italia agli squali della speculazione internazionale. Non soltanto è stato legato alla tassazione dell'Imu nonostante non ci fosse nessun rapporto nè vincolo, ma non è stato neppure proposto un dibattito in aula tra tutte le forze politiche per far ascoltare alla nazione i diversi punti di vista, far ascoltare alla nazione la voce del Presidente del Consiglio e soprattutto del Ministro del Tesoro che spiegavano perchè intendessero farlo, quali erano le condizioni, come e dove e quando e quanto e per quanto lo Stato ci avrebbe guadagnato, aprendo un dibattito sul tema, in modo tale da poter ascoltare i diversi punti di vista. 
Non è stato un atto di strabordante violenza della cupola mediatica non aver lanciato nei loro organi di stampa un sereno confronto su questo tema così importante? 
Perchè Bruno Vespa, Giovanni Floris, Michele Santoro, Corrado Formigli e tutti gli altri al seguito non gli hanno dedicato una puntata speciale per spiegare alla nazione di che cosa si trattava?
Questo silenzio è violenza, perchè la violenza vera, in un paese ipocrita e feroce come questo, è sempre invisibile.

Così secondo me stanno le cose, per chi le vuol vedere e sa leggere dietro le apparenze.




mercoledì 29 gennaio 2014

Che succede nella Repubblica Argentina?


di Sergio Di Cori Modigliani

Mai, come in questi giorni, la discrepanza tra ciò che sta avvenendo nel continente americano e ciò che la stampa riferisce in Europa, è stata così marcata. Sia per ciò che accade in Usa, sia per ciò che sta accadendo -soprattutto- nella zona sudamericana.

Per non parlare delle superficiali considerazioni dei bloggers improvvisati nostrani o, ancora peggio, di chi sta riferendo della situazione argentina applicando dei concetti standard che appartengono alla dottrina Draghi e alla scelte effettuate dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale.

Leggere la stampa italiana e poi andare a leggere la stampa argentina è davvero comico, per non dire orwellianamente tragico.
Mentre in Italia si parla di quel Paese come di una nazione in ginocchio, travolta da una crisi economica senza precedenti, con una moneta crollata e alla vigilia di un default annunciato, in Argentina si parla in termini davvero molto ma molto diversi.

Ecco che cosa sta accadendo, in sintesi.
La prima notizia (politica) consiste nel ritorno sulla scena di Cristina Kirchner, assente da almeno quattro mesi per motivi di salute, finalmente ristabilita, e da tre giorni di nuovo al comando della situazione, di nuovo in ufficio. 
La seconda notizia (economica) consiste nella modalità europea nell'aver presentato la scelta governativa di svalutare la propria moneta come equivalente a "crollo dell'economia argentina", non è così. Il peso argentino è stato svalutato contro dollaro in maniera massiccia proprio per evitare il default, a causa del fatto che i grossi fondi di investimento internazionale stanno abbandonando l'intero continente sudamericano, la Russia, la Turchia, l'India e la Cina per riversarsi in maniera massiccia in Usa, la nazione che in questo momento gode della migliore salute, che guida la ripresa economica, e che a giorni alzerà i tassi consentendo guadagni molto più favorevoli. Dinanzi a questa mancanza improvvisa di liquidità (si chiama speculazione finanziaria) il Fondo Monetario Internazionale si è presentato come angelo guaritore proponendosi per un massiccio prestito internazionale "per aiutare l'Argentina a superare il momentaneo guado". L'Argentina ha detto: "no grazie facciamo da noi". 
Si sono fatti i conti e hanno deciso di rischiare, facendo ciò che l'Italia faceva un tempo per superare le crisi economiche (vedi 1993, 1987, 1980, 1973): si svaluta la propria moneta per essere più competitivi con le proprie merci a livello internazionale e si coprono le necessità del Tesoro grazie alle proprie riserve (se uno le ha). 
L'Argentina (qui passiamo alla informazione di dati oggettivi) ne ha, più di quanto non si pensasse, tant'è vero che non è affatto crollata, oggi al pomeriggio, come si sosteneva.
Il Tesoro ha comunicato di avere in cassa 29 miliardi di dollari, superiori del 46% alle attese.
Questo pomeriggio si attendeva il crollo definitivo sia del peso che dell'economia locale, mentre invece il cambio peso/dollaro ha retto egregiamente, grazie a dei fattori strutturali nuovi in seguito alla riforme attuate negli ultimi sei anni (opposte a quelle volute dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale): nei tre campi fondamentali per una nazione, ovvero energia, alimentazione, beni di consumo. L' Argentina è produttrice indipendente e autonoma perchè ha nazionalizzato il petrolio (che produce, essendo piena di pozzi) ha abbattuto le importazioni agricole sviluppando una filiera controllata nazionale, e quindi anche nel caso di emergenza internazionale sono in grado di prodursi da soli carne, latticini e verdure senza affacciarsi sui mercati internazionali, dato che in Argentina il 100% della carne acquistata è prodotta in loco, così come la frutta (85%) e la verdura (78%). Sono in grado di produrre il 94% del grano sufficiente a garantire il fabbisogno nazionale di pane. Si è riappropriata della linea aerea, dato che Aereolineas Argentinas è di nuovo la compagnia di bandiera nazionale e in seguito alla fuga di capitali stranieri -grazie alla svalutazione della propria moneta- ha aumentato l'export in tutto il continente e in Cina. Si tratta di una ben specifica scelta politico-economico-esistenziale che consente loro di affrontare, in questo momento, l'inizio di una gigantesca tempesta finanziaria planetaria determinata dagli Usa e dai colossi finanziari. In questi giorni, si sta manifestando, prima di tutto, nelle nazioni cosiddette "emergenti". 
A breve piomberà anche in Europa, è una questione di settimane. 

Questa mattina, intervenendo a L'Avana al convegno internazionale degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac) la Kirchner ha dichiarato "Me ne frego del pil e dei grafici, perchè il nostro grande comune nemico è chiaro a tutti: noi siamo in guerra contro la fame, la povertà e le diseguaglianze sociali. Questa è la nostra unica vera guerra. Il nostro compito principale non è aumentare la massa finanziaria come ci vuole imporre il Fondo Monetario, bensì quello di creare valore aggiunto attraverso l'innovazione e lanciando un grande piano di industrializzazione dell'agricoltura per offrire lavoro e occupazione. Soprattutto nella ricerca scientifica, nell'istruzione e nell'innovazione tecnologica. E' lì che bisogna investire non sui mercati finanziari. Se non lo facciamo, costruiamo una dipendenza servile, che non sarà più geografica o militare come era un tempo, ma sarà anche peggiore, perchè sarà profonda e strutturale: saremo servi della tecnologia delle nazioni che hanno investito in quel settore".

Avete qui un resoconto totale e particolareggiato:http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-238735-2014-01-29.html.

In un importante blog argentino, "El blog de Abel" (http://abelfer.wordpress.com/author/abelfer/) si leggeva ieri l'opinione relativa a ciò che si dice dell'Argentina in Europa, con specifico riferimento a Enrico Letta e Mariano Rajoy, due personalità politiche che in Argentina sono considerati due tecnocrati ottusi e miopi, entrambi al servizio dell'estrema destra che sostiene l'oligarchia finanziaria internazionale. Dice nel blog: En cuanto a la "preocupación de Italia y España por la situación cambiaria en Argentina", y las declaraciones del primer ministro de Italia, Enrico Letta, junto a Mariano Rajoy "Si hubiera explotado (la crisis) hace un año (Italia y España) estaríamos en otra situación, de preocupación. Hoy somos una Unión Europea más sólida y tenemos un euro más fuerte, además de una mayor capacidad de afrontar esta situación"... bueno, hay que ponerlas en el mismo estante que las de Cristina hablando del "efecto jazz" y cómo nosotros podíamos mostrar al mundo nuestra fortaleza frente a la Crisis. Son para los medios locales, los que están para repetirlas para los partidarios. A comienzos de 2001, se calculaba que los fondos expuestos en Argentina alcanzaban a un increíble 25 % del total de los colocados en mercados emergentes (una buena cantidad fueron repatriados antes del default a fin de ese año, dicho sea de paso). Hoy, estimo que no llegan al 1 %.

Tradotto, in sintesi, spiega che le argomentazioni di Letta e Rajoy "è roba che serve per i media locali e per dar la guazza ai loro partiti". Aggiunge, inoltre, che la sottrazione di capitali esteri non rappresenta una tragedia perchè mentre nel 2001 il 25% degli investimenti erano in mano agli stranieri (che hanno portato via i loro capitali in 48 ore facendo crollare la nazione) oggi, ammontano a circa l'1%.

In Argentina, in realtà, si parla di altre cose, in questi giorni, ovvero del varo del nuovo piano governativo di aiuto a giovani studenti (http://www.progresar.anses.gob.ar/).  Il piano "progresar" (vuol dire: progredire) garantisce il salario di cittadinanza minimo a tutti i giovani dai 16 ai 29 anni che vogliono studiare e avere accesso alla formazione professionale, con un buono di 600 pesos (corrispondente, come potere contrattuale di mercato, ai nostri 600 euro) oltre all'accesso gratuito per libri, computer, alta tecnologia di produzione nazionale; in aggiunta il blocco degli affitti e degli sfratti, che ha irritato gli immobiliaristi ai quali il governo ha risposto: "se volete rilanciare il mercato, costruite nuove case e affittate quelle, così date lavoro anche nel campo edilizio".

L'inflazione è molto alta, è vero. Ma è stata applicata la scala mobile e quindi sia i salari che il reddito di cittadinanza vengono continuamente aggiornati.

Concludendo la sua partecipazione all'importante riunione a L'Avana, la Kirchner, nel ricordare la figura di Che Guevara -nato e cresciuto a Buenos Aires- ha ricordato puntigliosamente che "l'uomo è libero soltanto quando ha istruzione, una casa di proprietà e cibo assicurato; tutto il resto è retorica usata dalla finanza internazionale per garantire il mantenimento dei loro privilegi colonialisti. A noi non interessa più di tanto ciò che accade in borsa, ci interessa garantire che sia possibile a un numero sempre più vasto di persone di riempire la borsa della spesa. Perchè quella è la borsa che conta".

Sono consapevoli del momento difficile, sanno che per loro è dura così com'è dura per tutti, ma hanno dalla loro il fatto che il presente che stanno vivendo è centomila volte meglio del loro recente passato e hanno un enorme entusiasmo nel volersi tuffare nel futuro. Non hanno nessuna intenzione di cedere a ricatti internazionali e hanno addirittura approntato un piano strategico nazionale di sussidiarietà e sopravvivenza prevedendo che -se le cose si dovessero mettere male- dovranno andare incontro a un periodo di isolamento, praticando il protezionismo per garantirsi l'autosufficienza. A riprova dell'abilità pragmatica della Kirchner, la presidenta ha provveduto ad alzare gli stipendi e i salari a tutto l'esercito. Conosce i suoi polli. 
Così, sarà sempre più difficile per il Fondo Monetario Internazionale, per la Cia, per la BCE, farsi venire in mente di organizzare un golpe militare, come hanno sempre fatto con il Sudamerica ogni qualvolta che ha "osato" tentare di rialzare la testa, pretendendo di sottrarsi alle logiche imperiali e imperialiste della finanza internazionale.



martedì 28 gennaio 2014

Alla Camera i deputati M5s cercano di salvare la Banca d'Italia dall'attacco concentrato dei nemici della indipendenza della Repubblica. Informarsi e informare è un dovere civico dell'intera cittadinanza.




di Sergio Di Cori Modigliani

Insorgono tutti.
Ottimo segno.
L'intera classe politica parlamentare, dal PD a Forza Italia, da Lista Monti a Sel, stanno attaccando oggi il movimento  cinque stelle pretendendo, addirittura, che vengano presi provvedimenti contro per "vilipendio nei confronti dello Stato e delle istituzioni".
Tutto ciò, sta accadendo oggi, martedì 28 Gennaio 2014, perchè non sanno più come fermare il "costruzionismo" dei deputati pentastellati alla Camera, estrema soluzione consentita dalla Legge per impedire che la Banca d'Italia -la cassaforte della Repubblica Italiana e quindi dell'intera cittadinanza- venga regalata ai privati, alle banche, consegnando definitivamente il paese nelle mani di....non si sa. 
Di chi vogliono loro, di chi paga meglio le consorterie dell'oligarchia  medioevale del privilegio garantito..

Dirottati a chiacchierare sulla legge elettorale e su altre questioni, in questo momento minime, l'intera sinistra, centro, e destra parlamentare, sono schierate a difesa degli interessi privati di banchieri stranieri che stanno approfittando della neghittosità e negligenza della nostra dirigenza politica, per impossessarsi del forziere di Stato.

I deputati di M5s sono l'unica rappresentanza parlamentare che in questo momento, alla Camera, sta difendendo il diritto del popolo italiano a non vendere la Banca d'Italia ai privati.

Ma di che cosa si tratta, in effetti?

Vediamo di spiegarlo con le parole di persone più esperte di me.

SIAMO ANCORA IN TEMPO PER FERMARLI!
LA PIÙ GRANDE PORCATA DELLA PARTITOCRAZIA ITALIANA ED EUROPEA




"Le quote della Banca di Italia che dovevano passare allo Stato potranno essere vendute e potranno essere vendute a soggetti stranieri purché comunitari.
Insomma, viviamo già oggi in un Paese che conta poco nel sistema europeo delle banche centrali, immaginate quanto potrà contare se la sua banca centrale sarà di proprietà degli stranieri!" 

Lucio Di Gaetano

Ecco Il Passaparola di Lucio di Gaetano, ex-dipendente Banca d'Italia, già pubblicato sul blog di Beppe Grillo in data 13 dicembre 2013.

"Sono Lucio Di Gaetano, nella vita mi sono sempre occupato di banche, per cinque anni ho lavorato in Banca di Italia, per altri sette ho lavorato nel settore privato e ora faccio il consulente di azienda. 


Sono qui per parlarvi della fregatura che il governo Letta, di nascosto, mentre si dichiarava la decadenza di Berlusconi ha fatto a danno di tutti gli italiani, attraverso il decreto sulla rivalutazione delle quote della banca di Italia, per avere 900 milioni di Euro senza sforare il tre per cento del deficit. Ne regaleremo 450 all’anno agli azionisti della Banca di Italia, che come sapete sono privati. 


Ma facciamo un passo indietro, perché la banca di Italia nella governance ha azionisti privati? Perché c’è questa situazione da mondo di Oz dove un istituto di diritto pubblico è partecipato da banche private che sono detenute da fondazioni controllate dai partiti? 


La Banca di Italia nasce nel 1893 ed è completamente detenuta da azionisti privati, all’epoca si usava così. Nel '26 il governo fascista la pubblicizza e espropria i suoi azionisti.

Successivamente le quote del capitale della Banca di Italia vengono cedute alle banche, nel frattempo pubblicizzate a causa della crisi degli anni '30. Nel '93, a seguito della crisi finanziaria il governo Amato concepisce un mostro giuridico, la privatizzazione delle banche italiane mediante la'attribuzione delle loro quote di controllo alle fondazioni nominate dai partiti.
Il grosso del capitale viene quotato in borsa e di conseguenza oggi ci troviamo nell’azionariato della Banca di Italia, banche che agiscono con logiche di soggetti privati.

Per fortuna il mostro in passato è stato in qualche modo limitato, perché? Perché la ripartizione degli utili prodotti dalla Banca di Italia è sempre stata riservata in minima parte ai suoi azionisti privati, non più dello 0,5 per cento delle riserve, che ammontano più o meno a 22 miliardi di Euro. Per cui anni buoni e anni cattivi non hanno consentito agli azionisti di prendere più di 50 - 70 milioni di Euro all’anno dal capitale della Banca di Italia, che non si è mosso dalla cifra originaria di 156 mila Euro con cui era stato valorizzato.

Nel 2005 il governo Berlusconi fa per miracolo una legge giusta e stabilisce che le quote nel capitale della Banca di Italia, detenute da soggetti non pubblici debbano passare entro tre anni allo Stato. 
Sono passati otto anni e quella legge è rimasta inattuata.
Il 27 novembre notte tempo, mentre il Parlamento dichiara la decadenza di Berlusconi e tutti i cittadini sono distratti, Saccomanni fa una clamorosa marcia indietro, con un decreto leggestabilisce che la Banca di Italia non sarà più destinata a diventare un istituto di diritto pubblico detenuto dallo Stato, ma una public company, ovvero una società a azionariato diffuso con azionisti tutti privati.

Inoltre, il capitale della Banca di Italia passerà dagli attuali 156 mila Euro a 7,5 miliardi di Euro, con un forte vantaggio patrimoniale per tutti partecipanti, che saranno obbligati a pagare una imposta, per di più agevolata, del 12%, e avranno, poi, tutto il tempo per eseguire l’obbligo di vendita della quota eccedente il 5% eventualmente detenuta, con una fortissima plusvalenza.
E torniamo alla fregatura di cui parlavamo all’inizio, la cosa più importante è che fino a oggi la Banca di Italia non poteva distribuire un utile superiore al 10% dell’attuale capitale sociale, di 156 mila Euro, più una quota delle riserve, che per prassi non superava mai lo 0,5 per cento all’anno.

Nel progetto del governo Letta questo limite viene alzato al 6% del nuovo capitale sociale di 7,5 miliardi di Euro, vale a dire ben 450 milioni di utili distribuibili all’anno.
Non è cosa di poco conto, perché se i grandi banchieri possono brindare a champagne i cittadini non hanno proprio nulla da festeggiare! Quei 450 milioni, se non fossero dati ai banchieri privati andrebbero dritti nelle casse dello Stato. Come è stato fino a oggi.

Ma non finisce qui, anzi la fine è peggio dell’inizio, perché un’altra incredibile novità di questo magnifico progetto è che le quote della Banca di Italia che dovevano passare allo Stato potranno essere vendute e potranno essere vendute a soggetti stranieri purché comunitari.
Insomma, viviamo già oggi in un Paese che conta poco nel sistema europeo delle banche centrali, immaginate quanto potrà contare se la sua banca centrale sarà di proprietà degli stranieri! 

Interessa? Passate parola. testo di Lucio di Gaetano.



Qui di seguito, invece, ripropongo il post di Giorgio Gustavo Rosso, un imprenditore genovese di successo, attivo nel campo editoriale in quel di Cesena, che spiega con accalorata passione civica di che cosa si tratta.

VOGLIONO REGALARE IL PATRIMONIO DI CENTINAIA DI MILIARDI DELLA BANCA D’ITALIA AI BANCHIERI PRIVATI ITALIANI E STRANIERI
Dopo il Porcellum di Calderoli, Berlusconi e Casini del 2005, domani 21 gennaio 2014 arriva LA PIU’ GRANDE PORCATA di Saccomanni con Letta, Alfano e Renzi.
Se oggi 28 gennaio 2014 la Camera dei Deputati approverà il Decreto Legge n. 133, il ministro dell’Economia Saccomanni, insieme a Letta Alfano e Renzi regaleranno centinaia di miliardi di euro degli italiani ai banchieri che non hanno alcun diritto sull’immenso patrimonio della Banca d’Italia, oro immobili e diritti di signoraggio inclusi.
Il Decreto 133 è in evidente contrasto con la Costituzione Italiana*
Il Decreto 133 è in contrasto con la legge n. 262 del 2005, che stabilisce il ritorno allo Stato Italiano delle quote della Banca d’Italia**
IL PIÙ GRANDE CONFLITTO D’INTERESSI VIENE DAL MINISTRO DELL’ECONOMIA FABRIZIO SACCOMANNI, infatti il Ministro dell’Economia e delle Finanze del Governo Letta è un banchiere, scelto dai banchieri a rappresentarli, e con questo Decreto Legge regalerà la Banca d’Italia e il suo patrimonio di centinaia di miliardi di euro ai banchieri che lo hanno scelto. Il Decreto Legge 133 è incostituzionale, è contro la legge 262 del 2005, va contro la natura pubblica della Banca d’Italia, va contro l’interesse degli italiani per favorire gli interessi dei banchieri privati e delle assicurazioni private italiane e straniere che hanno scelto Saccomanni prima come Direttore Generale della Banca d’Italia e poi come Ministro dell’Economia del Governo Letta. Fabrizio Saccomanni non è mai stato eletto e da decine d’anni è ai vertici del sistema bancario italiano e internazionale. Per questo Fabrizio Saccomanni non può più fare il Ministro dell’Economia e non deve essergli consentito di regalare la Banca d’Italia ai suoi amici banchieri.

Dal sito della Banca d’Italia: la Banca d’Italia è la banca centrale della Repubblica italiana ed è parte del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e dell'Eurosistema. È un istituto di diritto pubblico.
Nell’esercizio delle proprie attribuzioni la Banca opera con autonomia e indipendenza, nel rispetto del principio di trasparenza, secondo le disposizioni della normativa comunitaria e nazionale.
Coerentemente con la natura pubblica delle funzioni svolte e consapevole dell’importanza dei propri compiti e responsabilità, l’Istituto cura la diffusione di dati e notizie con la massima ampiezza informativa.

Il patrimonio della Banca d’Italia, i suoi immobili, le tonnellate di lingotti d’oro (da soli valgono più di 100 miliardi di euro), le centinaia di miliardi di euro derivanti dalla stampa dei biglietti e delle monete sono degli italiani perché sono il risultato di oltre un secolo di attività pubblica della Banca d’Italia! Le banche e le assicurazioni private non hanno mai tirato fuori un solo euro per acquistare la Banca d’Italia, e quindi non hanno nessun diritto sulla Banca d’Italia!

In tutti i grandi paesi europei, Germania Francia Inghilterra e Spagna per prime, la banca centrale è di proprietà pubblica.
  • ** Il Decreto in discussione martedì alla Camera va contro la Costituzione perché:
-          I decreti legge devono avere requisiti di necessità e d’urgenza, altrimenti sono incostituzionali. La norma relativa al capitale della Banca d’Italia è evidentemente priva del requisito della necessità e urgenza, e quindi il Decreto 133 è incostituzionale.
-          I decreti legge devono trattare materie omogenee altrimenti sono incostituzionali. Il Decreto Legge 133 tratta della tassazione dell’Imu e delle regole per la cessione di immobili pubblici: sono materie che non hanno nulla a che fare con la proprietà della Banca d’Italia!
-          I decreti leggi non possono avere come argomento norme ordinamentali altrimenti sono incostituzionali. La norma relativa al capitale della Banca d’Italia invece è proprio una norma ordina mentale, e quindi non può essere oggetto di decretazione d’urgenza.
-          A partire dal 2014, grazie al Decreto Legge 133, ogni anno i banchieri potranno impadronirsi di decine di miliardi di euro, derivanti dalla stampa degli euro che invece spettano a noi italiani, se la Banca d’Italia rimane pubblica.
-          Mantenere la proprietà pubblica della Banca d’Italia è l’unica possibilità che abbiamo per potere ridiscutere il debito pubblico italiano e poi pagarlo.
-          Per tutti questi motivi, da più parti è stata fatta richiesta al Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni di stralciare la parte relativa alla Banca d’Italia dal Decreto 133, ma l’ex Direttore Generale della Banca d’Italia, in grave e evidente conflitto d’interessi, si è opposto!
  • * LEGGE 28 dicembre 2005, n.262 - Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari. TITOLO IV  DISPOSIZIONI CONCERNENTI LE AUTORITA' DI VIGILANZA Capo I PRINCIPI DI ORGANIZZAZIONE E RAPPORTI  FRA LE AUTORITA'
    Art. 19. (Banca d'Italia)  … 10. Con regolamento da adottare ai sensi dell'articolo 17 della
    legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l'assetto proprietario della Banca d'Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della
    presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.
PER SACCOMANNI E LETTA/ALFANO/RENZI DOPO LA BANCA D’ITALIA SARA’ IL TURNO DI POSTE ITALIANE, ENI, SNAM, TERNA, ENEL, FINMECCANICA, RAI, …
Dopo aver regalato la Banca d’Italia ai banchieri che lo hanno scelto, il banchiere Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha già progettato di “vendere” POSTE ITALIANE (inclusi i risparmi di milioni d’italiani) e poi  ENI, TERNA, ENEL, FINMECCANICA, RAI, SNAM, che gestisce la rete di distribuzione del gas, mentre stiamo già rischiando di perdere la rete telefonica dopo la svendita di Telecom, più immobili e terreni pubblici. In questo modo il banchiere Saccomanni sta proseguendo la svendita delle migliori aziende italiane già in parte realizzata dai suoi colleghi banchieri che lo hanno preceduto al Ministero del Tesoro, dell’Economia  o a capo del Governo, quando sono state privatizzate alcune delle più importanti aziende italiane nel campo alimentare, industriale e bancario a prezzi di saldo, e a tutto vantaggio dei paesi concorrenti dell’Italia.
Se non fermiamo Saccomanni e i banchieri che lo dirigono la rovina dell’Italia sarà completa e probabilmente irreversibile!
Non farti distrarre da Renzi e Berlusconi, difendi la Banca d’Italia da chi vuole rubarla agli italiani.

Queste informazioni sono disponibili anche in PDF. Puoi scaricare una copia da stampare e/o da divulgare ai tuoi contatti tramite questo link:

lunedì 27 gennaio 2014

La sindrome di Bolechow è la malattia dell'Europa che la memoria storica della Shoa ci ricorda.



di Sergio Di Cori Modigliani

La sindrome di Bolechow è la malattia perniciosa dell'Europa.
Ed è da quella che dobbiamo difenderci e salvaguardarci.
E' contro questo morbo che dobbiamo unirci, per combatterlo.

Oggi, 27 Gennaio, si commemora la "giornata della memoria", a ricordo dello sterminio di sei milioni di ebrei -oltre agli zingari, agli omosessuali, ai disabili, a coloro che venivano identificati come appartenenti a cosiddette razze inferiori- ad opera dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Considerando il fatto che i governi italiani sono stati (e tuttora sono) maestri nel pianificare, organizzare e diffondere la consuetudine dell'Alzheimer sociale, come italiano, la giornata della memoria in Italia, la considero un ossimoro.

Fino a pochi anni fa veniva chiamato "l'olocausto degli ebrei", ma grazie alla nobile, intelligente sapienza spirituale, (nonchè eccezionale volontà) di Karol Woytila, al secolo Papa Giovanni Paolo II, è stato consentito di non usare più quel termine sostituendolo con la parola "Shoa".
Olocausto, infatti, è un termine che proviene dal greco e indica "colui che si sacrifica volontariamente, il Giusto, per consentire il trionfo del Bene Comune della collettività". Se traducete il termine "olocausto" in giapponese, ad esempio, risulta la parola "kamikaze". Nella tradizione religiosa talmudica ebraica, il termine olocausto è considerato un atto sublime perchè deriva dalla scelta interiore di chi vuole offrire, da eroe, la propria vita per salvare gli altri, fin dal 1945 era stato usato come consuetudine per indicare l'uccisione degli ebrei. Questa norma diffusa ha prodotto l'insorgere di quel filone nazista negazionista che sosteneva (e tuttora sostiene) che fosse stata per l'appunto una scelta degli ebrei da loro stessi voluta -l'olocausto"- ovvero: quella di farsi uccidere in qualche migliaio per giustificare poi la necessità di costruirsi uno Stato.
Grazie a Papa Woytila, che ha accettato la definizione data dagli stessi ebrei, e ha introdotto e imposto nel mondo cattolico occidentale il suo uso comune, è stato accettato per convenzione collettiva la parola ebraica "Shoa" che vuol dire catastrofe, eliminando per sempre l'ambiguità legata al termine olocausto.

Il genocidio degli ebrei ad opera dei nazisti è stato studiato sotto ogni punto di vista. L'aspetto più profondamente sconcertante di questa vicenda consiste nella "non comprensibilità" del comportamento dei nazisti, impossibile da prevedere, e quindi prevenire, per potersi difendere. 

Come fare, oggi, (mi sono chiesto, me lo chiedo sempre) a commemorare in maniera adeguata la giornata della memoria, senza sovraccaricare di piatta retorica questa data? 
E ancora: come fare a conferire alla memoria il suo valore più alto e adeguato, cioè quello di un uso efficace e pragmaticamente nobile, che ci consenta di poter usufruire di un evento storico per trarne nutrimento (e quindi suggerimento) tale da consentirci di evitare l'avvento di una nuova forma di nazismo, oggi, per evitare un ennesimo genocidio?.

Ho scelto ciò che accadde a Bolechow, da cui la sindrome del titolo.

Tutti ormai, in Europa, hanno incorporato e accettato l'idea che i nazisti fossero dei criminali sanguinari. Ma questo specifico episodio che qui vi ripropongo ci aiuta a comprendere come, in verità, si trattasse della più pericolosa forma esistente di pazzia collettiva: una pazzia lucida.

Accadde il 14 novembre del 1941.
L'episodio si è verificato a Bolechow, una piccola cittadina europea che si trova in una zona molto particolare, la Galizia orientale, unica nel suo genere: al confine tra la Prussia, la Polonia, l'Ucraina. Una zona di frontiera, nella quale, nel secolo XVI, un illuminato aristocratico dell'epoca, il Duca di L'vov, compì un atto inconcepibile per quei tempi: abolì la schiavitù, praticò il rispetto della diversità, l'accoglienza multi-etnica, e impose la pratica alla pari di qualunque forma di credo religioso. Non solo. Mise la propria ricchezza al servizio della collettività che per questo fatto lo riverì, lo rispettò e lo amò, costruendo scuole pubbliche, ospedali gratuiti e accogliendo i profughi dalla penisola iberica che nel 1492 si sparpagliarono per l'Europa fuggendo dal Tribunale dell'Inquisizione. E così, a Bolechow, nei primi anni del '500, cominciarono a convivere in uno stato di pacificazione e di armonia -tutti insieme- cattolici polacchi, ebrei spagnoli, arabi mussulmani, cosacchi ucraini, pastori cristiano-ortodossi. Essendo un posto di frontiera, dopo la scomparsa della dinastia ducale, nei secoli, la cittadina passò da un padrone all'altro: diventò possedimento della Polonia, poi dell'Ucraina, poi della Russia, poi della Prussia, poi dell'Impero austro-ungarico, poi di nuovo della Polonia, poi dell'Urss, e infine invasa dalle truppe tedesche nel 1941. La popolazione locale si abituò e si adattò ai regnanti che si succedevano, senza mai modificare la propria struttura, condividendo il territorio in una ricca forma poli-etnica davvero unica in Europa.

Finchè, da Berlino, un piovoso giorno dell'autunno del 1941, non arrivò il comandante della Gestapo che impose la propria Legge. Il 30 ottobre convocò il capo della comunità ebraica al quale comunicò che dovevano pagare una fortissima tassa per evitare di essere tutti deportati. E quelli pagarono subito. 
Dopo due giorni, durante la notte, la Gestapo rastrellò 2.000 ebrei, li condusse alla periferia della cittadina e li uccise tutti.
E dieci giorni dopo, il 14 novembre, si verificò "l'episodio".
Il comandante tedesco convocò il capo della comunità ebraica e gli spiegò che erano state uccise quelle persone per dare un esempio di efficienza e far capire a tutti che cosa sarebbe capitato loro se non avessero eseguito gli ordini. Consegnò una nutrita documentazione, composta da ben dodici quaderni, per complessive 150 pagine, nella quale, con una calligrafia minuta, erano scritti i costi dell'operazione: numero delle pallottole usate per uccidere i 2000 ebrei, costo della benzina usata dai camion per andare a prelevare i corpi e portarli in aperta campagna e cremarli, il costo per le pale e le zappe, il costo per unità di lavoro di ogni operaio che la Gestapo era stata costretta ad assumere per trasportare i corpi, e chiese alla comunità ebraica di pagare (così recita il documento ufficiale) "i danni materiali determinati dall'atto di esecuzione del piano di pulizia etnica per il rinnovamento della razza". 
I nazisti chiesero alla comunità ebraica di Bolechow di pagare il costo dell'uccisione di ben 2000 dei loro componenti.
In cambio, quelli che erano ancora vivi sarebbero stati risparmiati.
La comunità, già terrorizzata per ciò che era accaduto, pagò la cifra richiesta. Chiese di diluire i pagamenti per raccogliere l'intera cifra e venne loro consentito di pagare a rate, in dieci mesi. Un anno dopo, venti giorni dopo aver saldato l'ultima rata, vennero tutti deportati ad Auschwitz.
Non sopravvisse nessuno.
Tutta questa trattativa si svolse con lucidità ragionieristica, come se "l'evento" fosse una cosa normale.Gli abitanti del luogo erano talmente presi dal terrore di una follia che loro trovavano "incomprensibile" che accettarono pensando di placare la patologia.
Tutto ciò è stato raccontato in uno splendido volume uscito nel 2006 e scritto in inglese  (in Italia tradotto e pubblicato dalla Neri Pozza editore) che si chiama "Gli scomparsi" a firma di Daniel Mendelsohn, un intellettuale americano che lavora al New York Times come critico cinematografico.

Ho deciso di coniare il termine "sindrome di Bolechow" sulla base di questo evento storico.

Mi permette di capire l' impossibilità di poter comprendere la follia quando essa si presenta mascherata da apparente lucidità razionale.

Per come la intendo io, oggi la sindrome di Bolechow si è diffusa in tutta Europa, permeando con la propria follia di "lucidità apparentemente razionale" l'intero tessuto socio-politico.
Questa malattia parte dal presupposto del non riconoscimento dell'unicità di ogni essere umano in quanto Persona. Oltre a questo, riduce gli individui a numeri ai quali viene sottratta la originalità del loro valore esistenziale, trasformandoli in un dato statistico. La riduzione di un individuo a un numero, una cifra, comporta la disumanizzazione del suo essere, quindi la sua esistenza non viene contemplata nè come valore nè come significato. Gli operatori chiamati a occuparsi di questi "dati statistici", non registrano il fatto di avere a che fare con esseri umani, con esistenze, con vite pulsanti. Per questi impiegati, quegli esseri sono tutti uguali in quanto componenti specifiche di una serialità numerica, quindi intercambiabili, frapponibili, eliminabili, senza provare alcuno scrupolo, o rèmora, o senso di colpa.
E' una patologia del corpus sociale.

Questo è il mio modo di commemorare la Shoa, oggi: ricordare le vite vissute, i milioni di esistenze originali e diverse tra di loro eliminate per il capriccio di un ragioniere ossessivo, che non ha mai pensato di trovarsi di fronte a degli individui, considerando il tutto una pratica da dover sbrigare. 
Era ciò che la filosofa Hanna Arendt intendeva dire quando definì il nazismo "La banalità del male".

Noi europei, e noi italiani, viviamo oggi in preda a una malattia sociale che si chiama la sindrome di Bolechow. Coloro che hanno già ucciso i membri della nostra comunità collettiva di cittadini inermi, coloro che ci hanno già depredato, sfruttato ed espoliato, vengono a chiedere a noi di pagare il conto della loro espoliazione.

Questo è l'insegnamento che la memoria storica mi regala.

Noi ci alziamo ogni mattina e con tutto l'entusiasmo del mondo provocato dalla vitalità della nostra voglia di vivere, per amore di noi stessi, della nostra moglie, marito, figli, genitori, amici, membri della comunità nella quale siamo inseriti, noi andiamo a lavorare per pagare con inoppugnabile regolarità coloro che ci hanno rovinato e seguitano a rovinare le nostre esistenze. Siamo diventati gli ebrei di Bolechow, e così ci illudiamo che le banche prima o poi cambieranno e cominceranno a dare credito a chi ne ha bisogno; viviamo nella paura coltivando la speranza che i ministri, il governo finalmente, si occupino anche di noi, che i partiti pensino alla responsabilità che hanno delle nostre esistenze, pensando che "loro" ci salveranno perchè, prima o poi, capiranno la nostra umanità e riconosceranno in noi la valenza del valore della originale narrativa della nostra esistenza individuale.
E' un'illusione, come quella di quei poveretti che finirono tutti dentro a un forno.

Questa è la consapevolezza che mi regala il giorno della memoria.

Se penso alla nostra classe politica dirigente non penso in termini di complotto, o pensando che siano incapaci e incompetenti, proprio no. Me li sto immaginando come quell'ufficiale della Gestapo che trascorse diverse notti insonne per redigere una minuziosa documentazione sui costi delle pallottole, descritte una per una a seconda del modello d'arma usate, per consegnare poi ai membri della comunità dei sopravvissuti l'elenco dei debiti da pagare, sentendosi contento di aver fatto un ottimo lavoro. 
Se li ascolto raccontarci come hanno deciso e stanno decidendo di risolvere la crisi economica, la mancanza di lavoro, l'immobilità del mercato, ho la sensazione di essere diventato un semplice dato statistico, di avere a che fare con una follia lucida che, per un umano, non è possibile da comprendere. 
Bankitalia, oggi, ha diffuso i dati ufficiali sullo stato dell'economia della nazione. Risulta -statisticamente- che il 10% della popolazione possiede il 48,5% della ricchezza collettiva. Risulta anche che il 9,8% della popolazione ha aumentato nell'ultimo biennio il proprio reddito di un + 65%, mentre il 72% delle famiglie lo ha diminuito di un - 7,5%. I poveri sono aumentati del 125% nell'ultimo quadriennio e i consumi sono crollati. Sia Enrico Letta che il Ministro del Tesoro, Saccomanni, hanno detto che "questi dati ufficiali ci confermano che non soltanto la recessione è finita, ma che l'Italia è ormai lanciata verso la ripresa", così c'è scritto nel comunicato ufficiale del governo.
I membri di quel 9,8% della popolazione sono quelli che ci governano.

E non conviene neppure mettersi lì a sperare che arrivi un esercito di liberazione. Non esiste.

Dobbiamo guarire dalla sindrome di Bolechow.

Ciascuno di noi, fino a guarire l'intera società.


venerdì 24 gennaio 2014

Chi è la preda, oggi in Europa? Ce lo ha raccontato una romanziera ucraina e un colonnello italiano.




di Sergio Di Cori Modigliani

Alcune questioni di geo-politica europea.

Il 1926, il 1927, il 1928 e, soprattutto, i primi nove mesi del 1929, furono anni di impressionante crescita finanziaria in tutto il mondo. Furono i quattro anni nei quali l'oligarchia occidentale raggiunse la più vasta quantità di profitto economico mai realizzata, seconda soltanto -e per pochissimo- a quella che si è verificata nel 2011, 2012, 2013 e in questo iniziale 2014.
Ciò che i media non ci raccontano in questo periodo riguarda la impressionante crescita esponenziale, in termini di profitto e rendita finanziaria, che le più importanti famiglie europee e statunitensi hanno accumulato negli ultimi tre anni e mezzo.
Basterebbe questo semplice dato per comprendere tutte le motivazioni che si trovano alla base dell'apparente incompetenza, apparente immobilismo e apparente incapacità da parte della classe dirigente politica e imprenditoriale, oggi Gennaio 2014, di apportare i necessari interventi per modificare la rotta attuale.   
Perchè mai dovrebbero?
Era dal 1928 che le cose non si mettevano così bene.
Una decade, quella tra il 1920 e il 1929, celebrata da grandi scrittori, saggisti, romanzieri, . cronachisti, giornalisti, opinionisti, che ci hanno lasciato in eredità un fondamentale patrimonio di notizie e informazioni per comprendere ciò che era accaduto. 
Non si era mai verificato che modeste segretarie, impiegati di concetto, agricoltori poveri, in un breve lasso di tempo riuscissero a ottenere lauti profitti in borsa, abbandonando le campagne che iniziavano a spopolarsi, disertando il lavoro commerciale e industriale identificato come "una fantasia piccolo-borghese" e spostando i capitali solo e soltanto nell'attività speculativa finanziaria. Il tutto gestito e amministrato da cinque colossi, Goldman Sachs, J.P.Morgan, Rothschild Bank, Manufacturer Hannover Trust e Royal Bank of Scotland. Era un periodo di ebbrezza contagiosa e la velocità della comunicazione era, allora, il trend emergente, celebrato e osannato dalla classe intellettuale dell'epoca che aveva prodotto (in Italia) l'esaltazione del movimento futurista fondato da Marinetti, il quale declamava in pubblico poemi a celebrazione della velocità di guadagno in borsa grazie all'irruzione della tecnologia nel mondo sociale. Il Corriere della Sera, insieme all'Archivio Alinari e alla Fondazione Cinecittà ha aperto un sito sulla crisi del 1929 nel quale è possibile andare a spulciare i giornali dell'epoca per comprendere quale fosse l'humus che serpeggiava in quegli anni. 
http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=wallstreet 
Ecco un estratto dell'occhiello di apertura di un articolo apparso il 3 settembre del 1929, quarantatrè giorni prima del crollo improvviso della borsa di Wall Street:



Record a Wall Street
La borsa di Wall Street stabilisce un nuovo record: il Dow Jones industrial average raggiunge 386,1 punti. Dal 1925 le azioni sono cresciute in media del 120 per cento, in quattro anni centinaia di migliaia di americani sono andati in banca per farsi prestare i soldi necessari all’acquisto dei titoli, con finanziamenti che arrivano fino ai due terzi della cifra investita. In tutto il mondo si raccontano le storie di dattilografe che grazie ai soldi guadagnati hanno lasciato il lavoro e si son date alla bella vita. L’America pare essere diventata il Paese di Bengodi, anche in Italia non mancano quelli che vorrebbero seguire l’esempio proveniente da oltre oceano. 

Ciò che è accaduto dopo, lo sanno anche i bambini.
I più importanti scrittori degli anni'20, da Fitzgerald a Lewis, da Anderson a Barnes, da Evelyn Waugh a Katherine Mansfield rimasero travolti dal crollo della borsa. E negli anni successivi emerse una nuova generazione di autori che si impegnò a raccontare, invece, gli anni del declino, del disagio sociale, della degradazione, di un mondo che era andato in pezzi provocando e producendo disperazione, disoccupazione, fame e miseria.
Tra questi, in Europa, una voce rappresentativa di quella nuova espressione furono i romanzi della scrittrice ucraina Irene Nemirovski, nata a Kiev nel 1905 e trasferita con la famiglia nel 1921 a Parigi per fuggire dalla guerra civile tra russi bianchi e bolscevichi. 

Ho da poco finito di leggere un suo splendido romanzo uscito in Francia nel 1938, "La preda" tradotto in italiano nel 2011 e distribuito dalla Adelphi di Milano. L'immagine che vedete in bacheca è la copertina del libro, una fotografia scattata nel 1940 a Parigi dal celebre fotografo Horst P. Horst che si chiama "Lisa sulla seta". Non è certo un caso che la Adelphi sia l'unica casa editrice italiana (tra quelle importanti) che si è rifiutata di pedinare la voracità delle nuove masse analfabete e invece di appiattirsi al ribasso ha insistito sulla propria ottima strada, addirittura innalzando la qualità della propria offerta. E di questo bisogna rendere merito a Roberto Calasso, geniale dirigente editoriale, che ha inventato dal nulla la casa editrice nel 1969 e l'ha difesa con i denti fino a oggi.

E' un romanzo inquietante, direi addirittura allarmante per quanto è attuale.
Al di là dell'ottima qualità narrativa e della eccezionale capacità di saper cogliere e raccontare l'autentico vissuto dell'intimità privata, nel gioco d'amore tra maschi e femmine, ciò che in questo libro colpisce è l'attualità cronachistica.
Sembra scritto nel 2013.
Sembra che descriva gli umori, i sapori, i sogni, le ambizioni, le delusioni e il disadoro dei cittadini italiani di quest'epoca. 
Parla di finanzieri all'arrembaggio, di politici corrotti e arraffoni, di masse di giovani disoccupati disposti a vendersi per una paga da fame o per un effimero successo, della trasformazione della società divenuta "preda costante di speculatori all'arrembaggio che hanno trasformato le vite pulsanti, l'energia fragorosa dei giovani che vivono l'eternità del loro desiderio, pronto a esplodere in un qualunque momento, in un banale numero. Siamo cifre, percentuali, privi di individualità. Ormai si è incasellati in un gioco gestito e condotto da una pattuglia di speculatori privi di scrupoli. Nelle tribune della Camera dei Deputati una folla immobile, stipata tra le colonne, aspetta le sue star con silenziosa soddisfazione, per capire chi bisogna servire, nei confronti di chi è necessario diventare deferenti per ottenere uno straccio di paga. E' chiaro a tutti ormai che siamo stati sequestrati dai due mostri divoratori dei sogni: la Finanza e la Politica". 
La trama si dipana raccontando una storia d'amore, intrepretata da Jean Luc Daguerne, un giovane poverissimo che tenta (e la ottiene) una scalata di successo verso il potere finanziario, frantumando nel suo percorso ogni forma di sentimentalità, di emotività, di decoro interiore, sempre a "caccia di nuove prede da stordire con la retorica del discorso politico ben congegnato, pur di ottenere in cambio i voti necessari per essere eletti nel nome della propria vanità, dell'interesse privato, della sopraffazione".
Finchè un giorno, raggiunto l'acme del successo, si accorge della propria povertà interiore.
Il resto non ve lo dico, nè vi racconto la parte più gustosa, invitandovi a leggerlo (se non volete spendere 18 euro per l'acquisto lo trovate in ogni biblioteca comunale di ogni città italiana).
Ci descrive la nostra vita di oggi, le attuali contraddizioni, ciò che sta accadendo, come noi viviamo e scopriamo che l'atmosfera della Parigi nel 1932 è la stessa identica di quella di Roma nel 2014.
Se parlo oggi della Nemirovski, e di questo splendido breve romanzo, è perchè si tratta di un best-seller ucraino, ripubblicato di recente in quella terra da noi lontana che vanta dei record per noi inconcepibili. L'Ucraina ha il 98,9% di alfabetizzazione. L'ultimo sondaggio condotto nel marzo del 2013 dall'Unione Europeo rivela che nella scala dei loro valori, al primo posto c'è la musica, al secondo l'amore, al terzo la letteratura, al quarto la famiglia, al quinto l'espressione individuale, al sesto il sesso libero. Il danaro si trova all'undicesimo posto, mentre in Italia è saldamente al primo posto nella scala dei valori con la percentuale del 72%, seguito dal cibo, dai viaggi, dalla notorietà, dal lavoro fisso, dalla visibilità vip.
L'Ucraina è anche il paese con il record europeo di diffusione della lettura (l'82% della popolazione legge almeno 20 libri l'anno, mentre in Italia il 46% non legge nulla oppure un solo libro). La gente mette da parte i soldi per andare ai concerti di musica, ai recital dei poeti, e la loro più grande aspirazione consiste nel sentirsi parte integrante della famiglia europea.
E' una etnia, secondo me, che può arricchire il dibattito europeo regalandoci la partecipazione di una cittadinanza agguerrita che ha la caratteristica di essere molto colta, con un livello spropositatamente alto di consapevolezza collettiva, che ha già fatto sapere che considerano il loro ingresso nella Unione Europea come garanzia formale contro la dittatura colonialista di Putin, ma non entreranno mai nell'euro nè accetteranno mail l'imposizione del Fiscal Compact.

Sono, quindi, pericolosi.
E' per questo che la Francia, la Germania, l'Italia, l'Inghilterra, tacciono. 
Averli dentro l'Unione Europea non conviene: alzerebbero il livello di contrapposizione e antagonismo contro le disposizioni della troika politico-finanziaria, sarebbero una perenne spina nel fianco e insieme ai ceki (nazione europea che ha bocciato il Fiscal Compact e si è rifiutata di applicare le disposizioni del Fondo Monetario Internazionale) potrebbero andare a costruire una intercapedine antagonista contro i russi a est e contro la tecnocrazia finanziaria a ovest.
Gli stati europei sono colpevoli di omissione di soccorso.
Non c'è solidarietà nè informazione nè alcuna copertura mediatica sugli eventi che in questi giorni si stanno verificando lì.
Anche nel 1938, la Francia e l'Inghilterra decisero -per gli stessi identici motivi- di far finta di niente e abbandonare al proprio destino la Cecoslovacchia, rifiutando di firmare con i ceki un patto di alleanza. E quando i tedeschi la invasero annettendola, l'Europa non si mosse pensando che quella preda fosse stata sufficiente per l'appetito dei nazisti.
Non è molto diverso il quadro europeo, oggi, da quello della metà degli anni'30.
Secondo gli storici e i sociologi inglesi, francesi e tedeschi, ciò che sta accadendo in Ucraina è l'ultimo atto della vecchia guerra fredda, oppure l'inizio di una nuova guerra fredda. Secondo gli statunitensi, invece, è il primo atto di quella che loro chiamano "the hot ice war", la guerra ghiaccio bollente: un paradosso. Per il momento non abbiamo nè bombardamenti nè carri armati nè soldati che sfilano (ed è quindi fredda) eppure i morti si contano già a milioni (ed è quindi calda). Sono l'esercito dei disoccupati, dei nuovi poveri, degli imprenditori falliti, dei suicidi per disperazione, della gigantesca massa di europei tra i quali aumenta sempre di più il livello di consapevolezza di uno stato di guerra permanente tra la tecnocrazia finanziaria da una parte e il popolo dall'altra. I sociologi li considerano "effettivi morti sociali" perchè vengono cancellati dallo scambio quotidiano, sottratti al consumo per indigenza e quindi proiettati fuori dal ciclo economico: sono diventati un numero, perchè a loro (ed è un effetto di questa atroce guerra silente) è stata sottratta la condizione di Persona. 
In quest'ottica, gli ucraini sono oggi la prima linea di questo fronte di scontro.
La Francia tace, meschina.
E in Europa, quando i tedeschi parlano troppo e i francesi parlano troppo poco, sono guai.
Perchè ancora oggi, come da tradizione storica acquisita negli ultimi trecento anni, la Francia è all'avanguardia dei grandi sommovimenti collettivi di massa in grado di anticipare i tempi lanciando nuovi modelli culturali alternativi. Se i francesi cominciano a muoversi, a protestare, a strillare, a marciare, l'onda dilaga come un fiume in piena in tutto il continente. E' sempre stato così. Lo sa molto bene la Germania che sedici mesi, fa quando Hollande chiese di alzare la cifra di pareggio di bilancio dal 3 al 9%, accettò subito, purchè se ne stessero buoni, soprattutto zitti. E' presumibile. 
Hollande non lo ama la sinistra, che lo considera troppo tenero e servo dei tedeschi, un anti-europeista, in quanto si è rifiutato di capeggiare la rivolta contro i danni dell'euro e contro le asfissianti manovre economiche imposte dalla finanza. E non lo ama la destra, per motivi opposti; perchè teme che la posizione assunta dai francesi sia tattica, furba, momentanea, e da un momento all'altro possano, invece, scendere apertamente in campo contro l'oligarchia del privilegio. Se questo avvenisse, la destra europea scomparirebbe perchè non avrebbe più alcuna possibilità di pescare nel torbido di parole d'ordine mascherate da antagonismo, dal sapore demagogico e invitante, ma prive di sostanza.
Non ho un'idea precisa e definitiva sulla Francia, quindi non ho strumenti sufficienti per giudicare. 
Una cosa, però, la so per certo: c'è una scadenza, ed è a breve, massimo quarantacinque giorni. Lì sapremo come si stanno mettendo le cose in Europa.
Credo che sia per questo motivo che Hollande va a Washington l'11 Febbraio a incontrare Obama. Non a caso si porta appresso dodici economisti (tra cui Fitoussi) tra i quali, almeno sette, sono solidi intellettuali anti-euro, i quali si incontreranno a latere in tre riunioni con gli economisti americani, la Yellen, Krugman, Stiglitz, Roubini, Rohmer.
In quelle riunioni oltreoceano verranno prese decisioni immediate che a noi, quasi certo, non verranno notificate subito, ma ce ne renderemo conto dall'evoluzione sia politica che dei mercati nelle successive settimane. Staremo a vedere.
In questo momento, infatti, la Francia sta nei guai economici, forse addirittura peggio dell'Italia.
Le loro grandi banche sono al limite del collasso, come quelle italiane, ma sono internazionalmente molto più importanti. Per bloccare l'emorragia, la Francia ha bisogno di almeno 3.000 miliardi di euro che non provengano dalla BCE, e gli Usa sono l'unica nazione in grado di poter garantire simile potenziale copertura, congiuntamente ai giapponesi, il cui primo ministro -con tutta la sua pattuglia di economisti appresso- arriva a Parigi il 22 Febbraio.
E' la Francia, che in questo momento sta in bilico; negli ultimi sedici giorni il loro spread è balzato del 78% e si trova esattamente nella stessa situazione nella quale ci trovavamo noi nel settembre del 2011, nell'occhio del ciclone. Sale la preoccupazione, monta una furiosa contrapposizione anti-tedesca, per il momento ben contenuta.
Sapremo a breve, quindi, se Hollande è stato un tattico geniale che ha prima risolto i problemi nazionali per avere, poi, carta bianca nell'andare a contestare con forza l'asse di ferro Merkel-Putin, oppure è un modesto piccolo-borghese che esegue con bonomia irresponsabile gli ordini della scuderia tecno-finanziaria.

Per il momento, l'unico fronte acceso è quello ucraino. Secondo alcuni attendibili analisti di geo-politica, l'Ucraina è talmente importante per gli interessi russi che Putin sarebbe disposto a offrire all'Unione Europea lo scambio Ucraina-Syria; toglie il veto all'Onu buttando in mare Assad e l'Europa dimentica gli ucraini dando carta bianca ai russi.
Sarà di certo il negoziato principale a Washington tra venti giorni.
Nel frattempo si scatenerà la speculazione finanziaria provocando dissesti in borsa perchè stanno scommettendo (alcuni) su una certa ipotesi e (altri) su quella opposta.
Chi ci rimette siamo noi cittadini.
E una certa sinistra italiana, ciecamente, con una ottusità che ha avuto modo di mostrare in altre occasioni e un impegno degno di miglior causa, ha deciso e scelto di definire gli ucraini che protestano "una banda di fascisti" dei veri e propri "nemici dei popoli europei" (ieri ho ricevuto diversi attacchi e insulti personali -nonchè minacce- per aver postato l' articolo sul giovane poeta assassinato). Sarebbe risibile se non fosse tragico. 
Mi fa venire in mente la posizione sostenuta il 16 agosto del 1968 quando i carri armati sovietici entrarono a Praga soffocando nel sangue la rivolta nota come la primavera di Dubcek.  Ma non si impara mai dagli errori?
Se andate su Google e digitate la parola Holodomor, vi trovate davanti (in altre lingue) migliaia e migliaia di siti che raccontano il genocidio ucraino degli anni '30; andate a leggere, anche solo su wikipedia, di che cosa si tratta. In Italia è sempre stato vietato parlarne. La casa editrice Einaudi, nel 1974, dopo il golpe di Pinochet, stava per pubblicare un libro di uno storico danese sulla questione, ma poi il libro non uscì, che io sappia. 
Sono sicuro che in Italia, il 99,99% della popolazione ignora ancora oggi di che cosa si sia trattato.  
Io credo che sia giusto sostenere la protesta ucraina. Considero la loro aspirazione un momento fondamentale per l'affermazione delle rivolta dei popoli europei, tutti, dai lusitani ai greci, dagli irlandesi agli iberici, dagli italiani ai francesi, per andare all'attacco dei colossi finanziari rappresentati dalla diabolica troika e dall'oligarchia che salvaguardia il privilegio delle rendite finanziarie consolidate, di stampo medioevale.
Credo che sia giusto parlarne e seguirne le vicende.
Una persona -e una testata-  ha affrontato l'argomento.
Un cittadino italiano al quale  va tutto il mio rispetto.
E' un ex militare che conosce molto bene il suo mestiere, che ha onorato al servizio della comunità. Prima di essere costretto alle dimissioni -in pratica l'hanno buttato fuori a calci- era un ufficiale di carriera nella Guardia di Finanza, considerato il più grande esperto telematico europeo nel campo delle truffe on line e nelle azioni delittuose sul web, al comando di una squadra di esperti ingegneri del web. Aveva il grado di colonnello. Ha scoperto, anni fa, come le società produttrici e distributrici di video-slot in Italia avevano alterato i circuiti delle macchinette con un abile stratagemma e in un corposo rapporto aveva mostrato e dimostrato, con copiosa documentazione, come fossero riusciti a sottrarre all'erario ben 42 miliardi di euro. Da bravo militare aveva seguito la procedura formale: inviò il suo rapporto al generale suo superiore, poi al ministero degli interni, al ministero del tesoro, e infine alla corte dei conti. Lo fece con due governi. Scrisse a Berlusconi, Maroni, Tremonti, Monti, Passera, Cancellieri.
Nessuno gli diede retta e l'hanno buttato fuori dall'arma.
Si chiama Umberto Rapetto.
Come militare è in pensionamento.
Ieri ha pubblicato un articolo che lancia il suo nuovo blog su Il Fatto Quotidiano.
Con tristezza devo sottolineare il fatto che il suo pezzo ( molto breve ma incisivo nel darci delle informazioni) non ha avuto nessuna condivisione nè diffusione sui social networks, nonostante Il Fatto sia l'organo di stampa che vanta il più alto numero di condivisioni in assoluto su facebook. 
Ve lo ripropongo qui, per intero.
E' davvero una interessante lettura.
L'idea di trovarmi da solo insieme al colonnello Rapetto, detto tra noi, mi inorgoglisce.
Questo è quanto.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/23/ucraina-il-grande-fratello-controlla-la-piazza-via-sms/855088/


Ucraina, il Grande Fratello controlla la piazza via sms?

“Carissimo abbonato, abbiamo registrato il suo nominativo come partecipante ad una manifestazione di disturbo di massa”: è questo il testo di un sms che sarebbe giunto sui telefonini dei dimostranti in un evento di protesta tenutosi nella giornata di martedì 21 gennaio a Kiev
La notizia – lanciata da Radio Svoboda (l’emittente “Libertà”) e poi rimbalzata sul New York Times – si riferisce ad un corteo di protesta avvenuto all’entrata in vigore di una nuova legge che vieta manifestazioni antagoniste al regime.
La circostanza dimostra che le locali forze dell’Ordine sfruttano le reti telefoniche mobili per individuare la presenza di apparati cellulari in una determinata area in ragione della loro connessione alle stazioni base trasmittenti (BTS o più semplicemente i ponti che garantiscono le comunicazioni nella “cella” di propria copertura) installate in zona.
La dinamica di controllo in questione non fa rabbrividire solo sotto gli aspetti ideologici, politici, etici o morali, ma spaventa anche per la sua imprecisione tecnica. Il sistema infatti non riesce a setacciare in maniera corretta chi abbia aderito alla protesta, ma va a schedare chiunque (anche accidentalmente) si sia trovato nel raggio di portata del ponte radio o vi si sia agganciato per le più bizzarre combinazioni tecnologiche. L’abbinamento automatico tra ponte radio, utenza e intestatario evoca lo spettro dei più brutali rastrellamenti e anche solo la minaccia di servirsene inquieta persino i più distratti.
Gli instancabili lettori di romanzi corrono a “1984”. I cinefili, invece, subito pensano ad “Elysium” e ai robot della polizia informatizzata in grado di rilevare e localizzare il dissenso nella popolazione.
Chi è meno appassionato di libri o del grande schermo si limita a preoccuparsi senza cercare analogie nella narrativa o su questo o quel set.